Ennesima spy story con sospetti su Pechino
Spiati dalla Cina con una chiave Usb
Londra, 31-01-2010
Il controspionaggio di Londra accusa la Cina del tentativo di infiltrazioni nei computer di uomini di affari britannici attraverso chiavette Usb "taroccate" e offerte loro in regalo. Lo scrive il Sunday Times.
Il giornale - citando un documento interno di 14 pagine dello Mi5, il "Military Intelligence, Sezione 5", l'agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito - scrive che i servizi segreti cinesi hanno avvicinato gli imprenditori in occasioni di fiere offrendo loro "regali" o una "generosa ospitalita"'. I regali sono a volte macchine fotografiche o 'penne' per l'archiviazione elettronica di dati infettate con virus informatici, detti "cavalli di Troia", che consentono di controllare a distanza i computer dell'incauto businessman.
L'obiettivo è quello di carpire segreti industriali. Nessuna reazione ufficiale, al momento, da Pechino.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137419
domenica 31 gennaio 2010
sabato 23 gennaio 2010
Il Global Forum di Napoli del marzo 2001
Poliziotti condannati per le violenze sui no global
Napoli, 22-01-2010
A quasi nove anni dagli incidenti avvenuti a Napoli in occasione nella manifestazione contro il Global Forum giunge la sentenza di primo grado. Ed e' una sentenza che stabilisce la responsabilita' di alcuni poliziotti per gli abusi (violenze e umiliazioni) che sarebbero stati consumati ai danni di giovani del movimento "no global" condotti nella caserma Raniero. Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8. La quinta sezione del tribunale (presidente Donzelli, giudici Guardiano e Tammaro) hanno accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio condannando 10 dei 21 imputati. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del reato piu' grave tra quelli contestati, ovvero il sequestro di persona aggravato. Due anni e otto mesi di reclusione e' la pena inflitta agli unici due funzionari imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene. Pene varianti dai due anni e sei mesi ai due anni sono state emesse nei confronti di otto agenti, mentre sono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti coinvolti e per anche per diversi imputati condannati e' stata dichiarata la prescrizione dei reati minori, tra cui violenza privata e abuso di ufficio. La vicenda giudiziaria desto' grande scalpore. Quando nel corso dell'inchiesta furono emesse otto ordinanze agli arresti domiciliari, nella questura di Napoli si verifico' una sorta di ammutinamento da parte dei colleghi dei poliziotti indagati. I fatti risalgono al 17 marzo 2001. Quel giorno venne organizzata una manifestazione contro lo svolgimento del Global Forum e le forze dell'ordine organizzarono un cordone per impedire l'accesso nella zona di Palazzo Reale dove era in corso il convegno internazionale. Si verificarono violenti scontri di piazza tra i manifestanti (molti dei quali avevano tentato di sfondare il cordone) e le forze di polizia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, molti giovani - diversi dei quali contusi - furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III. All'interno della struttura (secondo quanto denunciato dai giovani) si sarebbero consumati gli abusi: schiaffi, pugni, violenze verbali, umiliazioni come l'aver costretto le vittime a eseguire flessioni nei bagni della caserma. "Sono condanne inutili grazie al processo breve: questo risale al 2001 ed e' destinato ad estinguersi", ha commentato l'ex parlamentare Francesco Caruso, uno dei leader dei No Global, che quel giorno era in piazza. "Dal punto di vista strettamente giuridico quella di oggi e' una pronuncia sconcertante, ferma restando la stima nel collegio. Questa sentenza rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta infatti valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria, in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona", ha detto l'avvocato Sergio Rastrelli, legale della maggior parte degli agenti imputati.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137116
Poliziotti condannati per le violenze sui no global
Napoli, 22-01-2010
A quasi nove anni dagli incidenti avvenuti a Napoli in occasione nella manifestazione contro il Global Forum giunge la sentenza di primo grado. Ed e' una sentenza che stabilisce la responsabilita' di alcuni poliziotti per gli abusi (violenze e umiliazioni) che sarebbero stati consumati ai danni di giovani del movimento "no global" condotti nella caserma Raniero. Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8. La quinta sezione del tribunale (presidente Donzelli, giudici Guardiano e Tammaro) hanno accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio condannando 10 dei 21 imputati. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del reato piu' grave tra quelli contestati, ovvero il sequestro di persona aggravato. Due anni e otto mesi di reclusione e' la pena inflitta agli unici due funzionari imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene. Pene varianti dai due anni e sei mesi ai due anni sono state emesse nei confronti di otto agenti, mentre sono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti coinvolti e per anche per diversi imputati condannati e' stata dichiarata la prescrizione dei reati minori, tra cui violenza privata e abuso di ufficio. La vicenda giudiziaria desto' grande scalpore. Quando nel corso dell'inchiesta furono emesse otto ordinanze agli arresti domiciliari, nella questura di Napoli si verifico' una sorta di ammutinamento da parte dei colleghi dei poliziotti indagati. I fatti risalgono al 17 marzo 2001. Quel giorno venne organizzata una manifestazione contro lo svolgimento del Global Forum e le forze dell'ordine organizzarono un cordone per impedire l'accesso nella zona di Palazzo Reale dove era in corso il convegno internazionale. Si verificarono violenti scontri di piazza tra i manifestanti (molti dei quali avevano tentato di sfondare il cordone) e le forze di polizia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, molti giovani - diversi dei quali contusi - furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III. All'interno della struttura (secondo quanto denunciato dai giovani) si sarebbero consumati gli abusi: schiaffi, pugni, violenze verbali, umiliazioni come l'aver costretto le vittime a eseguire flessioni nei bagni della caserma. "Sono condanne inutili grazie al processo breve: questo risale al 2001 ed e' destinato ad estinguersi", ha commentato l'ex parlamentare Francesco Caruso, uno dei leader dei No Global, che quel giorno era in piazza. "Dal punto di vista strettamente giuridico quella di oggi e' una pronuncia sconcertante, ferma restando la stima nel collegio. Questa sentenza rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta infatti valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria, in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona", ha detto l'avvocato Sergio Rastrelli, legale della maggior parte degli agenti imputati.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137116
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Mediatrade, indagine chiusa. Il premier rischia il processo
Milano, 22-01-2010
Con la chiusura dell'indagine Mediatrade-Rti si profila la richiesta di rinvio a giudizio, con rischio di un nuovo processo, per Silvio Berlusconi. Il premier e' indagato assieme al figlio Pier Silvio, a Fedele Confalonieri, al produttore americano Frank Agrama e ad altre otto persone per presunte irregolarita' sulla compravendita dei diritti tv per creare fondi neri. La piu' volte annunciata chiusura di questo filone di inchiesta, nato da uno stralcio di quella con al centro Mediaset e gia' a dibattimento, e' arrivata. La gdf ha notificato l'avviso di conclusione indagini firmato dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro a 12 persone, tra cui, questa la novita', il figlio del premier in qualita' di presidente di Rti e vice presidente di Mediaset: nei suoi confronti, come a Confalonieri, e' contestata solo la frode fiscale. Accuse che i due respingono con una nota diffusa in serata da Mediaset in cui si sostiene che "la documentazione dimostrera' la totale estraneita"'. Al centro dell'indagine ci sono gli oltre 34 milioni di dollari contestati dalla Procura come appropriazione indebita aggravata, e riferiti a fatti non coperti da prescrizione, a Silvio Berlusconi, Farouk Agrama e i manager Daniele Lorenzano, Roberto Pace e Gabriella Ballabio. Come si legge nelle nove pagine dell'atto, i cinque operavano "all'interno di un sistema di frode utilizzato dalla fine degli anni '80, in forza del quale i diritti di trasmissione forniti dalla Paramount, in misura minore da altri produttori internazionali, invece che direttamente dai fornitori venivano acquistati da Mediaset a prezzi gonfiati per il tramite di societa' di comodo riconducibili a Farouk Agrama". E, quindi, "si appropriavano di una parte rilevante (nel periodo 2000-2005 complessivamente 100 milioni di dollari Usa) delle somme trasferite a Mediatrade e dal 2003 da Rti alle societa' Olympus Trading (riconducibile ad Agrama ndr) a titolo di pagamento di diritti televisivi". Denaro, prosegue il capo di imputazione, che "veniva successivamente depositato sui conti correnti presso l'Ubs di Lugano nella disponibilita' di fiduciari di Agrama, su conti aperti a nome di Roberto Pace, su conti aperti a nome di Gabriella Ballabio e su altri conti, in Svizzera e altrove. In particolare - e' scritto ancora - con riferimento ai fatti allo stato non coperti da prescrizione, si appropriavano di un ammontare corrispondente al 45% circa delle somme accreditate ad Olympus Trading". Ad Olympus, secondo i calcoli fatti dal pm, dal luglio del 2002 al novembre del 2005, prima da Mediatrade, poi da Rti, sono confluiti circa 76 milioni di dollari, che al netto del 45 per cento, sarebbero poco piu' di 34 milioni di dollari. Un altro episodio di appropriazione indebita, pero' solo di circa 4 milioni di euro, e che va dal marzo 2004 al dicembre 2005, e' contestato a Lorenzano, Gabriella Ballabio e Giorgio dal Negro definito "socio occulto" dello stesso Lorenzano, mentre il banchiere Paolo Del Bue, Giovanni Stabilini, ex dirigente del gruppo e due cittadini di Hong Kong (che avrebbero operato per conto di Agrama) e' contestato il riciclaggio di ingenti somme frutto dell'appropriazioni indebita ai danni di Mediaset. Quanto alla frode fiscale ipotizzata, non solo nei confronti del premier, ma anche del figlio, di Confalonieri, Agrama, Lorenzano, Pace, Ballabio e Dal Negro, ammonta a circa 8 mlioni di euro evasi dal 2005 al settembre 2009. Gli indagati, non avrebbero pagato "le imposte sui redditi, utilizzando - recita sempre l l'atto di chiusura indagini - i mezzi fraudolenti consistiti nell'acquisire i diritti di trasmissione attraverso la fittizia intermediazione di societa' di comodo che successivamente li ritrasferivano, a prezzi gonfiati, alle societa' del gruppo Mediaset", In tal modo avrebbero emesso fatture nei confronti di Mediatrade e Rti "recanti l'indicazione dei corrispettivi in misura superiore a quella reale. Sulla base di tale falsa rappresentazione - e' la ricostruzione dei pm - nelle scritture contabili obbligatorie di Mediatrade e Rti indicavano, nelle dichiarazioni fiscali consolidate di Mediaset, elementi attivi inferiori al reale con riferimento ai redditi di pertinenza della societa' Rti"
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137120
Milano, 22-01-2010
Con la chiusura dell'indagine Mediatrade-Rti si profila la richiesta di rinvio a giudizio, con rischio di un nuovo processo, per Silvio Berlusconi. Il premier e' indagato assieme al figlio Pier Silvio, a Fedele Confalonieri, al produttore americano Frank Agrama e ad altre otto persone per presunte irregolarita' sulla compravendita dei diritti tv per creare fondi neri. La piu' volte annunciata chiusura di questo filone di inchiesta, nato da uno stralcio di quella con al centro Mediaset e gia' a dibattimento, e' arrivata. La gdf ha notificato l'avviso di conclusione indagini firmato dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro a 12 persone, tra cui, questa la novita', il figlio del premier in qualita' di presidente di Rti e vice presidente di Mediaset: nei suoi confronti, come a Confalonieri, e' contestata solo la frode fiscale. Accuse che i due respingono con una nota diffusa in serata da Mediaset in cui si sostiene che "la documentazione dimostrera' la totale estraneita"'. Al centro dell'indagine ci sono gli oltre 34 milioni di dollari contestati dalla Procura come appropriazione indebita aggravata, e riferiti a fatti non coperti da prescrizione, a Silvio Berlusconi, Farouk Agrama e i manager Daniele Lorenzano, Roberto Pace e Gabriella Ballabio. Come si legge nelle nove pagine dell'atto, i cinque operavano "all'interno di un sistema di frode utilizzato dalla fine degli anni '80, in forza del quale i diritti di trasmissione forniti dalla Paramount, in misura minore da altri produttori internazionali, invece che direttamente dai fornitori venivano acquistati da Mediaset a prezzi gonfiati per il tramite di societa' di comodo riconducibili a Farouk Agrama". E, quindi, "si appropriavano di una parte rilevante (nel periodo 2000-2005 complessivamente 100 milioni di dollari Usa) delle somme trasferite a Mediatrade e dal 2003 da Rti alle societa' Olympus Trading (riconducibile ad Agrama ndr) a titolo di pagamento di diritti televisivi". Denaro, prosegue il capo di imputazione, che "veniva successivamente depositato sui conti correnti presso l'Ubs di Lugano nella disponibilita' di fiduciari di Agrama, su conti aperti a nome di Roberto Pace, su conti aperti a nome di Gabriella Ballabio e su altri conti, in Svizzera e altrove. In particolare - e' scritto ancora - con riferimento ai fatti allo stato non coperti da prescrizione, si appropriavano di un ammontare corrispondente al 45% circa delle somme accreditate ad Olympus Trading". Ad Olympus, secondo i calcoli fatti dal pm, dal luglio del 2002 al novembre del 2005, prima da Mediatrade, poi da Rti, sono confluiti circa 76 milioni di dollari, che al netto del 45 per cento, sarebbero poco piu' di 34 milioni di dollari. Un altro episodio di appropriazione indebita, pero' solo di circa 4 milioni di euro, e che va dal marzo 2004 al dicembre 2005, e' contestato a Lorenzano, Gabriella Ballabio e Giorgio dal Negro definito "socio occulto" dello stesso Lorenzano, mentre il banchiere Paolo Del Bue, Giovanni Stabilini, ex dirigente del gruppo e due cittadini di Hong Kong (che avrebbero operato per conto di Agrama) e' contestato il riciclaggio di ingenti somme frutto dell'appropriazioni indebita ai danni di Mediaset. Quanto alla frode fiscale ipotizzata, non solo nei confronti del premier, ma anche del figlio, di Confalonieri, Agrama, Lorenzano, Pace, Ballabio e Dal Negro, ammonta a circa 8 mlioni di euro evasi dal 2005 al settembre 2009. Gli indagati, non avrebbero pagato "le imposte sui redditi, utilizzando - recita sempre l l'atto di chiusura indagini - i mezzi fraudolenti consistiti nell'acquisire i diritti di trasmissione attraverso la fittizia intermediazione di societa' di comodo che successivamente li ritrasferivano, a prezzi gonfiati, alle societa' del gruppo Mediaset", In tal modo avrebbero emesso fatture nei confronti di Mediatrade e Rti "recanti l'indicazione dei corrispettivi in misura superiore a quella reale. Sulla base di tale falsa rappresentazione - e' la ricostruzione dei pm - nelle scritture contabili obbligatorie di Mediatrade e Rti indicavano, nelle dichiarazioni fiscali consolidate di Mediaset, elementi attivi inferiori al reale con riferimento ai redditi di pertinenza della societa' Rti"
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137120
Cuffaro condannato a 7 anni di reclusione
Palermo, 23-01-2010
L'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, ora senatore dell'Udc, e' stato condannato, in appello, a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell'aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a 5 anni di reclusione. Il processo e' stato celebrato davanti la terza sezione della corte d'appello di Palermo.
Aggravata, nel processo d'appello alle Talpe alla Dda, anche la condanna a carico di Michele Aiello: all'ex 're mida' della sanita' privata, accusato di aver costituito una rete di informatori per carpire notizie riservate su indagini antimafia, sono stati inflitti 15 anni e sette mesi. All'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo sono stati dati 8 anni per concorso esterno e non piu' per favoreggiamento aggravato. In primo grado ad Aiello erano stati dati 14 anni. A Riolo 7 anni.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137133
Palermo, 23-01-2010
L'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, ora senatore dell'Udc, e' stato condannato, in appello, a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell'aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a 5 anni di reclusione. Il processo e' stato celebrato davanti la terza sezione della corte d'appello di Palermo.
Aggravata, nel processo d'appello alle Talpe alla Dda, anche la condanna a carico di Michele Aiello: all'ex 're mida' della sanita' privata, accusato di aver costituito una rete di informatori per carpire notizie riservate su indagini antimafia, sono stati inflitti 15 anni e sette mesi. All'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo sono stati dati 8 anni per concorso esterno e non piu' per favoreggiamento aggravato. In primo grado ad Aiello erano stati dati 14 anni. A Riolo 7 anni.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137133
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venerdì 22 gennaio 2010
Decisione del Csm
Rimosso magistrato che rifiutò udienze in aule con crocifisso
Roma, 22-01-2010
E' stato rimosso dall'ordine giudiziario Luigi Tosti, il magistrato di Camerino, in provincia di Macerata, divenuto famoso perché si rifiutava di tenere udienze nelle aule dov'era esposto il crocifisso. La decisione è stata presa oggi dalla sezione disciplinare del Csm.
Tosti è stato rimosso dall'ordine giudiziario per non aver tenuto udienza in tutto il periodo compreso dal maggio del 2005 al gennaio del 2006. Il magistrato si era difeso spiegando di averlo fatto per la presenza del crocifisso nell'aula giudiziaria, presenza che lui contestava. E aveva anche spiegato che finché il crocifisso non fosse stato rimosso avrebbe continuato con questo comportamento.
La sua posizione ha convinto la sezione disciplinare del Csm a ricorrere al più drastico provvedimento, perché configurava il rifiuto di compiere atti connessi all'attività giudiziaria.
In sede penale Tosti era stato assolto per questa stessa vicenda dall'accusa di omissione di atti d'ufficio, ma solo percheé era stato sostituito e dunque le udienze
erano state regolarmente celebrate.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137103
Rimosso magistrato che rifiutò udienze in aule con crocifisso
Roma, 22-01-2010
E' stato rimosso dall'ordine giudiziario Luigi Tosti, il magistrato di Camerino, in provincia di Macerata, divenuto famoso perché si rifiutava di tenere udienze nelle aule dov'era esposto il crocifisso. La decisione è stata presa oggi dalla sezione disciplinare del Csm.
Tosti è stato rimosso dall'ordine giudiziario per non aver tenuto udienza in tutto il periodo compreso dal maggio del 2005 al gennaio del 2006. Il magistrato si era difeso spiegando di averlo fatto per la presenza del crocifisso nell'aula giudiziaria, presenza che lui contestava. E aveva anche spiegato che finché il crocifisso non fosse stato rimosso avrebbe continuato con questo comportamento.
La sua posizione ha convinto la sezione disciplinare del Csm a ricorrere al più drastico provvedimento, perché configurava il rifiuto di compiere atti connessi all'attività giudiziaria.
In sede penale Tosti era stato assolto per questa stessa vicenda dall'accusa di omissione di atti d'ufficio, ma solo percheé era stato sostituito e dunque le udienze
erano state regolarmente celebrate.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=137103
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sabato 16 gennaio 2010
Aumenti ai prof di religione
È la "sorpresa" di Tremonti
Nella busta paga del mese di maggio troveranno circa 220 euro in più
di SALVO INTRAVAIA
SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell'Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il "recupero" degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.
A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). "Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale". Una cosetta di non poco conto visto che l'Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell'intera retribuzione dell'insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.
Quanto basta, e avanza, per riaccendere la polemica sui privilegi assegnati dallo Stato in questi ultimi anni ai docenti di religione cattolica: accesso alla cattedra su segnalazione dell'ordinario diocesano, assunzione sulla base di un successivo concorso riservato, passaggio ad altra cattedra in caso di perdita del requisito per insegnare la religione (l'attestato dell'ordinario diocesano) e scatti biennali anche per i precari). "Mentre il ministro Tremonti a dicembre ricorda alla Curia che presto saranno liquidati gli scatti biennali di anzianità al personale docente di eligione con incarico annuale o di ruolo, che non ha mai richiesto tale indennità sotto forma di assegno ad personam, permane, purtroppo, il silenzio verso tutto il restante personale precario", dichiara Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (l'Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione).
La questione è di particolare attualità perché una sentenza della Corte di giustizia europea del 2007 ha riconosciuto, secondo il principio di non discriminazione, il diritto agli scatti di anzianità anche a favore dei precari. E da allora sono diverse le associazioni di insegnanti italiane e sindacati che hanno intrapreso la via giudiziaria per farsi riconoscere questo diritto. Ma, ancora, non si sono visti i risultati.
E mentre migliaia di precari di lungo corso sono in attesa di un riconoscimento economico. Folgorato sulla via di Damasco, il ministero dell'Economia, scrive: "A seguito degli approfondimenti effettuati in merito all'oggetto, si comunica che questa Direzione ha programmato, sulla mensilità di maggio 2010, le necessarie implementazioni alle procedure per il calcolo degli aumenti biennali spettanti agli insegnanti di religione anche sulla voce IIS (Indennità integrativa speciale, ndr) a decorrere dal 1 gennaio 2003".
Il diritto agli scatti biennali in favore degli insegnanti di religione è stabilito da una legge del 1980, che poteva anche avere un senso: siccome i docenti di religione erano precari a vita, non era prevista cioè la loro stabilizzazione, era necessario stabilire un meccanismo per aggiornare loro lo stipendio. Ma poi nel 2005 arrivò il concorso e l'immissione in ruolo. E mentre per i precari della scuola non è previsto nessun aumento di stipendio in relazione all'anzianità di servizio, quelli di religione conservano questo trattamento: incremento del 2,5 per cento ogni due anni.
Secondo alcuni calcoli effettuati dai sindacati il caveau potrebbe valere 220 euro in più in busta paga, arretrati esclusi. Niente male per quasi 12 mila insegnanti di religione a tempo determinato attualmente in forza alle scuole italiane. Per il rinnovo del contratto degli insegnanti, invece, i sindacati hanno chiesto un aumento di 200 euro mensili da erogarsi in tre anni, ma il ministro della Pubblica amministrazione è disposto a concederne appena 20. E non solo. Vorrebbe agganciare gli aumenti di stipendio dei docenti al merito.
http://www.repubblica.it/scuola/2010/01/16/news/aumenti_prof_religione-1971395/
È la "sorpresa" di Tremonti
Nella busta paga del mese di maggio troveranno circa 220 euro in più
di SALVO INTRAVAIA
SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell'Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il "recupero" degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.
A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). "Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale". Una cosetta di non poco conto visto che l'Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell'intera retribuzione dell'insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.
Quanto basta, e avanza, per riaccendere la polemica sui privilegi assegnati dallo Stato in questi ultimi anni ai docenti di religione cattolica: accesso alla cattedra su segnalazione dell'ordinario diocesano, assunzione sulla base di un successivo concorso riservato, passaggio ad altra cattedra in caso di perdita del requisito per insegnare la religione (l'attestato dell'ordinario diocesano) e scatti biennali anche per i precari). "Mentre il ministro Tremonti a dicembre ricorda alla Curia che presto saranno liquidati gli scatti biennali di anzianità al personale docente di eligione con incarico annuale o di ruolo, che non ha mai richiesto tale indennità sotto forma di assegno ad personam, permane, purtroppo, il silenzio verso tutto il restante personale precario", dichiara Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (l'Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione).
La questione è di particolare attualità perché una sentenza della Corte di giustizia europea del 2007 ha riconosciuto, secondo il principio di non discriminazione, il diritto agli scatti di anzianità anche a favore dei precari. E da allora sono diverse le associazioni di insegnanti italiane e sindacati che hanno intrapreso la via giudiziaria per farsi riconoscere questo diritto. Ma, ancora, non si sono visti i risultati.
E mentre migliaia di precari di lungo corso sono in attesa di un riconoscimento economico. Folgorato sulla via di Damasco, il ministero dell'Economia, scrive: "A seguito degli approfondimenti effettuati in merito all'oggetto, si comunica che questa Direzione ha programmato, sulla mensilità di maggio 2010, le necessarie implementazioni alle procedure per il calcolo degli aumenti biennali spettanti agli insegnanti di religione anche sulla voce IIS (Indennità integrativa speciale, ndr) a decorrere dal 1 gennaio 2003".
Il diritto agli scatti biennali in favore degli insegnanti di religione è stabilito da una legge del 1980, che poteva anche avere un senso: siccome i docenti di religione erano precari a vita, non era prevista cioè la loro stabilizzazione, era necessario stabilire un meccanismo per aggiornare loro lo stipendio. Ma poi nel 2005 arrivò il concorso e l'immissione in ruolo. E mentre per i precari della scuola non è previsto nessun aumento di stipendio in relazione all'anzianità di servizio, quelli di religione conservano questo trattamento: incremento del 2,5 per cento ogni due anni.
Secondo alcuni calcoli effettuati dai sindacati il caveau potrebbe valere 220 euro in più in busta paga, arretrati esclusi. Niente male per quasi 12 mila insegnanti di religione a tempo determinato attualmente in forza alle scuole italiane. Per il rinnovo del contratto degli insegnanti, invece, i sindacati hanno chiesto un aumento di 200 euro mensili da erogarsi in tre anni, ma il ministro della Pubblica amministrazione è disposto a concederne appena 20. E non solo. Vorrebbe agganciare gli aumenti di stipendio dei docenti al merito.
http://www.repubblica.it/scuola/2010/01/16/news/aumenti_prof_religione-1971395/
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mercoledì 13 gennaio 2010
Mafia, Ciancimino shock: “Quel senatore prese il posto di papà”
Il figlio del sindaco mafioso di Palermo, nella ricostruzione dell’AdnKronos, dice la sua sulla (presunta) trattativa Stato-Mafia, chiamando in causa Mori e De Donno. E fa anche i nomi di Dell’Utri, Schifani e Cuffaro.
«Ho incontrato il capitano Giuseppe de Donno subito dopo l’omicidio del dottor Giovanni Falcone sul volo Palermo-Roma. E durante questo volo lui mi chiese se mio padre avesse avuto mai intenzione di farsi una chiacchierata con lui». È il 7 aprile del 2008 e Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e morto da sette anni, parla per la prima volta con i magistrati di Palermo della cosiddetta ‘trattativa’ tra lo Stato e Cosa Nostra che sarebbe stata avviata, secondo quanto dice Ciancimino junior, dopo la strage di Capaci. Nel verbale, depositato oggi dalla Procura di Palermo – il sunto è dell’ADN Kronos – nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, Ciancimino racconta anche del ‘papello’, cioè della lista di richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per avviare, a suo dire, una trattativa.
I MAFIOSI E LO STATO – Sono parole confuse, quelle di Ciancimino, ma ad un certo punto prendono una svolta decisiva «Il primo contatto tra me e De Donno – racconta Ciancimino ai pm della Dda di Palermo – lui mi dice ‘ma secondo me tuo papà mi ricever… sarebbe disposto a ricevere me e casomai qualche altro per farsi una chiacchierata?’, io ho detto ‘guarda, lo conosce bene perchè lo conosceva bene il personaggio, non è che è uno… mio papà è uno dei più simpatici o più loquace, dico ci posso tentare perchè devo dire che in questo momentò e lui dice ’sai, sarebbe di aiuto, voi in fondo non c’entrate niente, se voi riusciste a fare leva su suo padre un pò da aprirsi, secondo me’ e ho detto ‘guarda Giuseppe, non ti prometto niente, che già ci davamo del tu, non ti prometto niente, io cerco di far leva su mio padre affinchè possa avere un incontro con te e con chi dici te… non mi aveva… ancora in quel momento non mi aveva completamente nominato il suo superiore diretto, il Colonnello Mori».ciancimino tribunale Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà
DON VITO CI STA – Così, Massimo Ciancimino, come racconta nel verbale avrebbe contattato il padre, Vito Ciancimino, e «mio papà - dice – disse di chiamarlo, mi disse ‘vabbè chiamalo e chiedi al Capitano De Donno quale dovrebbe essere l’argomento della discussione’. Io chiamai il capitano De Donno e mi ricordo che in quell’occasione lo incontrai a Palermo, ci incontrammo di fuori della Caserma e mi disse che mi avrebbe ricontattato il pomeriggio dell’indomani per dirmi bene o male quale sarebbe stato l’argomento». E prosegue: «L’indomani mi disse che l’argomento sarebbe stata la cattura, la resa dei superlatitanti e che visto che Palermo era in questo stato, se lui poteva rendersi disponibile a questo tipo di incontro. Son partito, ho riferito il tutto al mio papà, e il mio papà mi disse allora che aveva bisogno pure lui di qualche giorno di risposta. Ricordo che siamo venuti a Palermo, ho accompagnato mio padre a Palermo, dopodichè mentre mio padre era a Palermo ho ricontattato il Capitano De Donno, ho detto che mio padre era disponibile a un incontro, poi mi ha chiamato…. Lui mi ha detto ‘no, non ti preoccupare che sicuramente se tuo padre ci aiuta in qualche cosa, cercheremo, è normale di aiutarlo, di vedere di fare in modo che insomma qualche beneficio ne tragga… senza dire nè niente, nè come, nè dove”. Massimo Ciancimino prende il primo appuntamento con de Donno.
LO SVENTURATO RISPOSE - «Dove?», chiede il magistrato che lo interroga. Ciancimino junior risponde: «A Roma a casa, in Via San Sebastianello, con abiti… mi ricordo che ho aspettato il Capitano De Donno sotto casa, l’ho accompagnato…». «Lei era presente?», vuole sapere il pm. E Ciancimino: «Io ho accompagnato il capitano… ho aspettato il Capitano De Donno all’angolo della strada, l’ho accompagnato, gli ho fatto compagnia. Ho rivisto il capitano quando andava via perchè io aspettavo nella mia stanza e l’ho accompagnato, già lui mi aveva… mi riferì che era andato bene l’incontro». Passa qualche giorno e, secondo quanto racconta Massimo Ciancimino avviene l’incontro tra il padre Vito e il capitano de Donno, ma questa volta con l’allora colonnello Mario Mori. «…sempre in abiti civili, col… che io non conoscevo, il Colonnello Mario Mori, che De Donno mi presenta sotto casa mia e poi io accompagno sopra assieme a De Donno e lascio in compagnia di mio padre. Quella è stata la prima occasione che io ho visto, mi ricordo, il generale, il colonnello Mori in abiti civili sotto casa mia, è stato anche affabile, mi ha ringraziato che ero riuscito io… mi ha chiesto se il tutto mi metteva a rischio personale… parliamo nel ‘92 quando non è che c’era una gran cultura di antimafia, ho detto ‘rendetevi conto che se si viene a sapere che Massimo Ciancimino, cioè figlio di…’».
E prosegue il suo racconto ai pm: “Così convinco mio padre a ricevere due carabinieri finalizzati, come avete detto voi, alla cattura di superlatitanti, non è una bellissima occasione! Mi ricordo che in quell’occasione mario mori 280xFree Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà mi dissero di stare un pò prudente, di non andare a Palermo e qualora io fossi andato a Palermo, di non fare la prenotazione a nome mio e nè di comunicare al telefono che stessi andando a Palermo, in senso, vacci, senza dire sto venendo, non sto venendo. Mi dissero di usare questo minimo di cautela. Siamo nella seconda metà di giugno, forse i primi di luglio, mi ricordo che faceva un caldo, ma un caldo e ho detto al capitano… mi ricordo proprio il Colonnello Mori con una Lacoste rossa, diciamo mi ricordo… In merito al colonnello… al colonnello Mori, dice: è una persona molto intelligente e spero di potere andare avanti nella… Io ovviamente cercavo di fare domande per cercare di capire: ma riusciamo ad avere vantaggi? Cioè il mio fine era quello, scusate se ero… E mio padre mi disse sempre di stare calmo, queste cose dovevano essere lente, io cercavo di, ormai di vedere qualche bagliore di luce sulle, sulle vicende familiari«. Poi, Massimo Ciancimino racconta ai magistrati di una visita che aspettava il padre Vito: “Ricordo che mio papà mi disse di non muovermi di casa tanto per cambiare perchè sarebbe dovuta venire una persona che lui aspettava e lui si metteva a riposare, quando sarebbe venuta questa persona l’avrei dovuto chiamare. È venuta questa persona molto… molto per bene, molto distinta, che ho già detto ai vostri colleghi di Caltanissetta, non identifica la persona del Cinà perchè l’ho visto più volte, ho accompagnato mio padre e dopo ho riconosciuto anche nelle fotografie, nei giornali e… parlò con mio padre…«. Secondo il verabalizzante questa persona gli avrebbe consegnato un foglio con : “Mi ricordo che il mio papà leggendo questo foglio di carta, perchè era un foglio, non era… era un foglio di carta, proprio pronunciò la frase, mi scuso per… ’sono i soliti… il solito testa di minchià proprio disse lui… scusate ovviamente per i presenti, pronunciò questa frase, ripiegò sto foglio e lo mise in tasca. No, fu così, vago, ’siamo alle solite, sono le solite… 7 8 2001 cri 01 Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà (inc.) testa di minchia“.
VITA E OPERE DI DON VITO - Prosegue poi nel racconto, Ciancimino: “Mio padre diceva che Provenzano era l’anima nera di Cosa Nostra, lui gli dava consigli”. E poi torna indietro con la memoria fino a trent’anni prima, rivelando che i Servizi segreti avevano chiesto ai boss di non intervenire nel sequestro di Aldo Moro, per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Sempre i Servizi avrebbero chiesto l’aiuto dell’ex sindaco mafioso di Palermo dopo la strage del DC9 dell’Itavia inabissatosi a largo di Ustica nel 1980, per coprire i francesi. Poi, nel sunto dell’Adn Kronos, torna a parlare della trattativa: «Mi ricordo esattamente che mio papà mi raccontò il fatto che la trattativa si era chiusa nel momento in cui loro gli avevano chiesto proprio la consegna di Riina…». È uno dei passi del verbale d’interrogatorio del 7 aprile 2008: «... i soggetti sono sempre il colonnello Mori e il capitano De Donno, gli chiesero… se poteva consegnare, dire… cioè aiutarli…stimolare la consegna o aiutarli nella cattura». Una richiesta che sarebbe stata fatta a Vito Ciancimino, morto nel 2002 dopo una condanna per associaizone mafiosa, «lo stesso giorno… dell’appuntamento diciamo post lettera, papello, come… post richiesta». In quel giorno, secondo il dichiarante, un uomo avrebbe fatto visita a Vito Ciancimino consegnando un foglio di carta contenente le controproposte dei boss allo Stato per avviare una ‘trattativa’. «Gli fu fatta una controproposta…», chiede il pm a Ciancimino junior, che replica: «Controproposta di… sì, di consegnare Riina». Ma è lo stesso pentito ad ammettere di avere «fatto confusione…». «Allora - dice – abbiamo di questa trattativa due fasi, una fase che si potrebbe identificare, collocare, antecedente alla seconda strage, quella relativa al dottore Borsellino, che è una fase di, quasi di consegna, resa, un… non si riuscì, cioè personalmente mi sembra di non aver mai potuto identificare. Dal momento in cui ci sono queste richieste secondo mio padre, a quanto riferitomi da mio padre inaccettabili anche dalla controparte, si passa alla seconda fase di trattativa, c’è un’interruzione, poi c’è la strage della buonanima del dottor Borsellino e poi si passa a una seconda fase, cioè nell’aiuto per l’arresto di Riina».
CHE VOLEVANO I BOSS? – Prima di morire, Vito Ciancimino raccontò al figlio Massimo cosa contenessero quelle richieste di Cosa Nostra allo Stato: «Mi elencò qualcosa come immunità, volevano che le famiglie venissero lasciate in pace e mio padre si dannava perchè vedeva che certe cose che lui definiva che si poteva discutere, perchè dice, nell’elenco di 10/12 richieste ce n’erano 3/4 che si potevano anche intavolare una discussione, ma 7/8 che erano da chi non vuole… mi disse: come quello che vuole vendere la macchina, dice: chiedo… dì prima che non la vuoi vendere, se io devo vendere sta bottiglia d’acqua 100 Euro, faccio prima a dire che non la voglio vendere che no le chiedo 100 Euro». «Sempre su richiesta di mio padre, sì, ho chiamato Giuseppe (De Donno ndr) e ho detto se poteva venire, mi ha dato appuntamento, l’ho aspettato come sempre, l’ho accompagnato… è capitato comunque sempre che negli altri incontri io non c’ero perchè ovviamente io ero, andavo in vacanza…». E ha ribadito ancora come Cinà, un medico siciliano, fosse «il terminale della trattativa dal lato di Cosa Nostra».
SPUNTANO DELL’UTRI, SCHIFANI E CUFFARO – Il senatore Marcello Dell’Utri, secondo quanto racconta Massimo Ciancimino alla fine del 2009 ai magistrati di Palermo, sarebbe stato «l’unico, secondo mio padre, avvicinabile e l’unico che secondo mio padre poteva avere accesso diretto a quello che era la compagine governativa e poteva assicurare di fatto qualche buon esito». Il nome del senatore del Pdl viene fuori dopo la lettura di una missiva portata da Massimo Ciancimino ai pm della Dda e che sarebbe stata consegnata allo stesso dichiarante dal boss Bernardo Provenzano. Una lettera che sarebbe stata consegnata l’11 settembre del 2001, «il giorno delle torri gemelle di New York», come spiega lo stesso Ciancimino junior. «Carissimo Ingegnere – si legge nella lettera che avrebbe scritto il boss Provenzano – ho letto quello che mi ha dato M. (secondo Ciancimino M. sarebbe lo stesso Massimo ndr), ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà, ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen. e dal nuovo Pres. che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve le farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista». In quel periodo, secondo Ciancimino junior, l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino sarebbe stato ricoverato in un ospedale di Roma per eseguire delle anlisi cliniche. «Il plico – spiega Ciancimino – è stato personalmente per me, da me ritirato da Lo Verde (cioè Provenzano ndr) in busta chiusa e consegnato a mio padre in un periodo di degenza che stava effettuando presso la struttura sanitaria, una Clinica privata ai Parioli, non mi ricordo bene adesso se si chiama Villa Paideia o Mater Dei».
IL PRES. E’ L’EX GOV – Alla domanda dei magistrati su chi fosse il ‘Pres.’ di cui parla Provenzano, Massimo Ciancimino sostiene che si tratti dell’ex Governatore siciliano Salvatore Cuffaro. «Pres è il Presid… il Presidente Cuffaro – dice – perchè mio padre diceva che nell’Udc poteva, era sicuramente un bell’ago della bilancia. «Come ogni volta ho preso questa bust… ho consegnato una busta dove dentro c’era una lettera di mio padre e dei soldi - spiega Ciancimino ai magistrati – Ho aspettato che leggesse la lettera di mio padre e, come al solito, come sempre istruzioni di mio padre prudenti, una volta che lui l’ha letta davanti a me ho preso la copia che poi ho ritornato a mio padre e nel diciamo…». «Quindi questa, questo dattiloscritto gliel’ha consegnato personalmente Provenzano?», chiede il pm. E Ciancimino: «Sì, questo proprio personalmente. Siamo esattamente nel 2001, siamo nel 2001 perchè mi ricordo che quando son tornato da Palermo per portare questa missiva di risposta a mio padre, eravamo insieme nella stanza e insieme nella stanza di mio padre in questa clinica appunto credo Villa, abbiamo visto insieme l’attentato alle Torri Gemelle, mio padre aveva appena finito di mangiare ed erano le 2, le 3 del pomeriggio». «Dove l’aveva ricevuto da Lo Verde- Provenzano questo biglietto?», chiede il magistrato. «Ci siamo visti, sì, ci siamo visti praticamente in un bar che c’era là davanti, in uno che vende… sì… Questo è stato il ritorno perchè invece la consegna è stata dopo… fondamentalmente ho consegnato questo e dopo 4 ore ho avuto la risposta. Prima ho consegnato una busta dove c’era una lettera di mio padre e l’ho consegnato nell’appartamento questo lì che ho già indicato in precedenti interrogatori, dove c’era soldi e una lettera di mio padre. Ho preso la lettera di mio padre, ero stato invitato a ripassare nel pomeriggio. E nel pomeriggio ho incontrato il Provenzano, il Lo Verde dentro una Golf bianca e ho ritirato questo documento e basta, non mi sono permesso né di aprirlo né di fare».stor 11403513 27390 Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà
SOLDI VERI, CARRIERE ANCHE – I soldi di cui parla Ciancimino e che si trovavano nella busta «venivano dalla società Gas, erano 50 milioni in contanti che sono stati dati». «Mi ricordo perchè se mancava una lira mio padre mi ammazzava, anche se già il rapporto lì era molto cambiato. L’argomento era sempre il solito quello che diciamo c’era da quando Provenzano venne a trovare mio padre: il discorso dell’amnistia, dei benefici e robe varie. Fondamentalmente mio padre aspirava essendo detenuto normale non sottoposto al vincolo di reato associato che di fatto inibiva qualsiasi beneficio derivante da qualsiasi tipo di legge nelle misure alternative, avendo scontato tutto quello che era, tutto il periodo relativo al reato associativo, aspirava e pensava che di lì a poco, anche visti gli appelli continui sia della Chiesa, Papi, visto anche gli altri contatti che c’erano stati in precedenza, era stato assicurato che prima o poi sarebbe venuto un provvedimento di questo tipo in aiuto che avrebbe fatto così, diciamo, dato… fondamentalmente mio padre diventava libero a tutti gli effetti». È lui a spiegare che era stato il padre a raccontargli che Cuffaro «faceva l’autista a Mannino, quando pure io accompagnavo mio padre alle riunioni, dice, ma come aspettava con te fuori dalla macchina… Poi ho ricollegato un pò il soggetto, perchè quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima. Spesso rimanevamo io fuori dalla macchina e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia che rimanevo con mio padre e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. Diciamo i tre autisti erano questi, oggi questi, ovviamente altri due hanno fatto ben altre carriere, io no. E stavamo lì, veramente, andavamo a prendere cose al bar… C’è chi è più fortunato nella vita!».
IL RUOLO DI DELL’UTRI – Il senatore del Pdl Marcello dell’Utri, già dal ‘93, avrebbe sostituito l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nella conduzione della cosiddetta «trattativa» tra lo Stato e la mafia. Massimo Ciancimino, parla della cattura del boss Totò Riina e racconta che suo padre, in qualche modo cavalcando il malcontento del boss Bernardo Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, l’aveva convinto a «consegnare» il latitante. Da Provenzano, Vito Ciancimino aveva saputo dove si trovava il covo di Riina. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. Ma nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (don Vito n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perchè voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perchè Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre»
http://www.giornalettismo.com/archives/47085/mafia-ciancimino-dellutri-cuffaro-schifani/
Il figlio del sindaco mafioso di Palermo, nella ricostruzione dell’AdnKronos, dice la sua sulla (presunta) trattativa Stato-Mafia, chiamando in causa Mori e De Donno. E fa anche i nomi di Dell’Utri, Schifani e Cuffaro.
«Ho incontrato il capitano Giuseppe de Donno subito dopo l’omicidio del dottor Giovanni Falcone sul volo Palermo-Roma. E durante questo volo lui mi chiese se mio padre avesse avuto mai intenzione di farsi una chiacchierata con lui». È il 7 aprile del 2008 e Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia e morto da sette anni, parla per la prima volta con i magistrati di Palermo della cosiddetta ‘trattativa’ tra lo Stato e Cosa Nostra che sarebbe stata avviata, secondo quanto dice Ciancimino junior, dopo la strage di Capaci. Nel verbale, depositato oggi dalla Procura di Palermo – il sunto è dell’ADN Kronos – nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, Ciancimino racconta anche del ‘papello’, cioè della lista di richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per avviare, a suo dire, una trattativa.
I MAFIOSI E LO STATO – Sono parole confuse, quelle di Ciancimino, ma ad un certo punto prendono una svolta decisiva «Il primo contatto tra me e De Donno – racconta Ciancimino ai pm della Dda di Palermo – lui mi dice ‘ma secondo me tuo papà mi ricever… sarebbe disposto a ricevere me e casomai qualche altro per farsi una chiacchierata?’, io ho detto ‘guarda, lo conosce bene perchè lo conosceva bene il personaggio, non è che è uno… mio papà è uno dei più simpatici o più loquace, dico ci posso tentare perchè devo dire che in questo momentò e lui dice ’sai, sarebbe di aiuto, voi in fondo non c’entrate niente, se voi riusciste a fare leva su suo padre un pò da aprirsi, secondo me’ e ho detto ‘guarda Giuseppe, non ti prometto niente, che già ci davamo del tu, non ti prometto niente, io cerco di far leva su mio padre affinchè possa avere un incontro con te e con chi dici te… non mi aveva… ancora in quel momento non mi aveva completamente nominato il suo superiore diretto, il Colonnello Mori».ciancimino tribunale Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà
DON VITO CI STA – Così, Massimo Ciancimino, come racconta nel verbale avrebbe contattato il padre, Vito Ciancimino, e «mio papà - dice – disse di chiamarlo, mi disse ‘vabbè chiamalo e chiedi al Capitano De Donno quale dovrebbe essere l’argomento della discussione’. Io chiamai il capitano De Donno e mi ricordo che in quell’occasione lo incontrai a Palermo, ci incontrammo di fuori della Caserma e mi disse che mi avrebbe ricontattato il pomeriggio dell’indomani per dirmi bene o male quale sarebbe stato l’argomento». E prosegue: «L’indomani mi disse che l’argomento sarebbe stata la cattura, la resa dei superlatitanti e che visto che Palermo era in questo stato, se lui poteva rendersi disponibile a questo tipo di incontro. Son partito, ho riferito il tutto al mio papà, e il mio papà mi disse allora che aveva bisogno pure lui di qualche giorno di risposta. Ricordo che siamo venuti a Palermo, ho accompagnato mio padre a Palermo, dopodichè mentre mio padre era a Palermo ho ricontattato il Capitano De Donno, ho detto che mio padre era disponibile a un incontro, poi mi ha chiamato…. Lui mi ha detto ‘no, non ti preoccupare che sicuramente se tuo padre ci aiuta in qualche cosa, cercheremo, è normale di aiutarlo, di vedere di fare in modo che insomma qualche beneficio ne tragga… senza dire nè niente, nè come, nè dove”. Massimo Ciancimino prende il primo appuntamento con de Donno.
LO SVENTURATO RISPOSE - «Dove?», chiede il magistrato che lo interroga. Ciancimino junior risponde: «A Roma a casa, in Via San Sebastianello, con abiti… mi ricordo che ho aspettato il Capitano De Donno sotto casa, l’ho accompagnato…». «Lei era presente?», vuole sapere il pm. E Ciancimino: «Io ho accompagnato il capitano… ho aspettato il Capitano De Donno all’angolo della strada, l’ho accompagnato, gli ho fatto compagnia. Ho rivisto il capitano quando andava via perchè io aspettavo nella mia stanza e l’ho accompagnato, già lui mi aveva… mi riferì che era andato bene l’incontro». Passa qualche giorno e, secondo quanto racconta Massimo Ciancimino avviene l’incontro tra il padre Vito e il capitano de Donno, ma questa volta con l’allora colonnello Mario Mori. «…sempre in abiti civili, col… che io non conoscevo, il Colonnello Mario Mori, che De Donno mi presenta sotto casa mia e poi io accompagno sopra assieme a De Donno e lascio in compagnia di mio padre. Quella è stata la prima occasione che io ho visto, mi ricordo, il generale, il colonnello Mori in abiti civili sotto casa mia, è stato anche affabile, mi ha ringraziato che ero riuscito io… mi ha chiesto se il tutto mi metteva a rischio personale… parliamo nel ‘92 quando non è che c’era una gran cultura di antimafia, ho detto ‘rendetevi conto che se si viene a sapere che Massimo Ciancimino, cioè figlio di…’».
E prosegue il suo racconto ai pm: “Così convinco mio padre a ricevere due carabinieri finalizzati, come avete detto voi, alla cattura di superlatitanti, non è una bellissima occasione! Mi ricordo che in quell’occasione mario mori 280xFree Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà mi dissero di stare un pò prudente, di non andare a Palermo e qualora io fossi andato a Palermo, di non fare la prenotazione a nome mio e nè di comunicare al telefono che stessi andando a Palermo, in senso, vacci, senza dire sto venendo, non sto venendo. Mi dissero di usare questo minimo di cautela. Siamo nella seconda metà di giugno, forse i primi di luglio, mi ricordo che faceva un caldo, ma un caldo e ho detto al capitano… mi ricordo proprio il Colonnello Mori con una Lacoste rossa, diciamo mi ricordo… In merito al colonnello… al colonnello Mori, dice: è una persona molto intelligente e spero di potere andare avanti nella… Io ovviamente cercavo di fare domande per cercare di capire: ma riusciamo ad avere vantaggi? Cioè il mio fine era quello, scusate se ero… E mio padre mi disse sempre di stare calmo, queste cose dovevano essere lente, io cercavo di, ormai di vedere qualche bagliore di luce sulle, sulle vicende familiari«. Poi, Massimo Ciancimino racconta ai magistrati di una visita che aspettava il padre Vito: “Ricordo che mio papà mi disse di non muovermi di casa tanto per cambiare perchè sarebbe dovuta venire una persona che lui aspettava e lui si metteva a riposare, quando sarebbe venuta questa persona l’avrei dovuto chiamare. È venuta questa persona molto… molto per bene, molto distinta, che ho già detto ai vostri colleghi di Caltanissetta, non identifica la persona del Cinà perchè l’ho visto più volte, ho accompagnato mio padre e dopo ho riconosciuto anche nelle fotografie, nei giornali e… parlò con mio padre…«. Secondo il verabalizzante questa persona gli avrebbe consegnato un foglio con : “Mi ricordo che il mio papà leggendo questo foglio di carta, perchè era un foglio, non era… era un foglio di carta, proprio pronunciò la frase, mi scuso per… ’sono i soliti… il solito testa di minchià proprio disse lui… scusate ovviamente per i presenti, pronunciò questa frase, ripiegò sto foglio e lo mise in tasca. No, fu così, vago, ’siamo alle solite, sono le solite… 7 8 2001 cri 01 Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà (inc.) testa di minchia“.
VITA E OPERE DI DON VITO - Prosegue poi nel racconto, Ciancimino: “Mio padre diceva che Provenzano era l’anima nera di Cosa Nostra, lui gli dava consigli”. E poi torna indietro con la memoria fino a trent’anni prima, rivelando che i Servizi segreti avevano chiesto ai boss di non intervenire nel sequestro di Aldo Moro, per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Sempre i Servizi avrebbero chiesto l’aiuto dell’ex sindaco mafioso di Palermo dopo la strage del DC9 dell’Itavia inabissatosi a largo di Ustica nel 1980, per coprire i francesi. Poi, nel sunto dell’Adn Kronos, torna a parlare della trattativa: «Mi ricordo esattamente che mio papà mi raccontò il fatto che la trattativa si era chiusa nel momento in cui loro gli avevano chiesto proprio la consegna di Riina…». È uno dei passi del verbale d’interrogatorio del 7 aprile 2008: «... i soggetti sono sempre il colonnello Mori e il capitano De Donno, gli chiesero… se poteva consegnare, dire… cioè aiutarli…stimolare la consegna o aiutarli nella cattura». Una richiesta che sarebbe stata fatta a Vito Ciancimino, morto nel 2002 dopo una condanna per associaizone mafiosa, «lo stesso giorno… dell’appuntamento diciamo post lettera, papello, come… post richiesta». In quel giorno, secondo il dichiarante, un uomo avrebbe fatto visita a Vito Ciancimino consegnando un foglio di carta contenente le controproposte dei boss allo Stato per avviare una ‘trattativa’. «Gli fu fatta una controproposta…», chiede il pm a Ciancimino junior, che replica: «Controproposta di… sì, di consegnare Riina». Ma è lo stesso pentito ad ammettere di avere «fatto confusione…». «Allora - dice – abbiamo di questa trattativa due fasi, una fase che si potrebbe identificare, collocare, antecedente alla seconda strage, quella relativa al dottore Borsellino, che è una fase di, quasi di consegna, resa, un… non si riuscì, cioè personalmente mi sembra di non aver mai potuto identificare. Dal momento in cui ci sono queste richieste secondo mio padre, a quanto riferitomi da mio padre inaccettabili anche dalla controparte, si passa alla seconda fase di trattativa, c’è un’interruzione, poi c’è la strage della buonanima del dottor Borsellino e poi si passa a una seconda fase, cioè nell’aiuto per l’arresto di Riina».
CHE VOLEVANO I BOSS? – Prima di morire, Vito Ciancimino raccontò al figlio Massimo cosa contenessero quelle richieste di Cosa Nostra allo Stato: «Mi elencò qualcosa come immunità, volevano che le famiglie venissero lasciate in pace e mio padre si dannava perchè vedeva che certe cose che lui definiva che si poteva discutere, perchè dice, nell’elenco di 10/12 richieste ce n’erano 3/4 che si potevano anche intavolare una discussione, ma 7/8 che erano da chi non vuole… mi disse: come quello che vuole vendere la macchina, dice: chiedo… dì prima che non la vuoi vendere, se io devo vendere sta bottiglia d’acqua 100 Euro, faccio prima a dire che non la voglio vendere che no le chiedo 100 Euro». «Sempre su richiesta di mio padre, sì, ho chiamato Giuseppe (De Donno ndr) e ho detto se poteva venire, mi ha dato appuntamento, l’ho aspettato come sempre, l’ho accompagnato… è capitato comunque sempre che negli altri incontri io non c’ero perchè ovviamente io ero, andavo in vacanza…». E ha ribadito ancora come Cinà, un medico siciliano, fosse «il terminale della trattativa dal lato di Cosa Nostra».
SPUNTANO DELL’UTRI, SCHIFANI E CUFFARO – Il senatore Marcello Dell’Utri, secondo quanto racconta Massimo Ciancimino alla fine del 2009 ai magistrati di Palermo, sarebbe stato «l’unico, secondo mio padre, avvicinabile e l’unico che secondo mio padre poteva avere accesso diretto a quello che era la compagine governativa e poteva assicurare di fatto qualche buon esito». Il nome del senatore del Pdl viene fuori dopo la lettura di una missiva portata da Massimo Ciancimino ai pm della Dda e che sarebbe stata consegnata allo stesso dichiarante dal boss Bernardo Provenzano. Una lettera che sarebbe stata consegnata l’11 settembre del 2001, «il giorno delle torri gemelle di New York», come spiega lo stesso Ciancimino junior. «Carissimo Ingegnere – si legge nella lettera che avrebbe scritto il boss Provenzano – ho letto quello che mi ha dato M. (secondo Ciancimino M. sarebbe lo stesso Massimo ndr), ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà, ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen. e dal nuovo Pres. che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve le farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista». In quel periodo, secondo Ciancimino junior, l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino sarebbe stato ricoverato in un ospedale di Roma per eseguire delle anlisi cliniche. «Il plico – spiega Ciancimino – è stato personalmente per me, da me ritirato da Lo Verde (cioè Provenzano ndr) in busta chiusa e consegnato a mio padre in un periodo di degenza che stava effettuando presso la struttura sanitaria, una Clinica privata ai Parioli, non mi ricordo bene adesso se si chiama Villa Paideia o Mater Dei».
IL PRES. E’ L’EX GOV – Alla domanda dei magistrati su chi fosse il ‘Pres.’ di cui parla Provenzano, Massimo Ciancimino sostiene che si tratti dell’ex Governatore siciliano Salvatore Cuffaro. «Pres è il Presid… il Presidente Cuffaro – dice – perchè mio padre diceva che nell’Udc poteva, era sicuramente un bell’ago della bilancia. «Come ogni volta ho preso questa bust… ho consegnato una busta dove dentro c’era una lettera di mio padre e dei soldi - spiega Ciancimino ai magistrati – Ho aspettato che leggesse la lettera di mio padre e, come al solito, come sempre istruzioni di mio padre prudenti, una volta che lui l’ha letta davanti a me ho preso la copia che poi ho ritornato a mio padre e nel diciamo…». «Quindi questa, questo dattiloscritto gliel’ha consegnato personalmente Provenzano?», chiede il pm. E Ciancimino: «Sì, questo proprio personalmente. Siamo esattamente nel 2001, siamo nel 2001 perchè mi ricordo che quando son tornato da Palermo per portare questa missiva di risposta a mio padre, eravamo insieme nella stanza e insieme nella stanza di mio padre in questa clinica appunto credo Villa, abbiamo visto insieme l’attentato alle Torri Gemelle, mio padre aveva appena finito di mangiare ed erano le 2, le 3 del pomeriggio». «Dove l’aveva ricevuto da Lo Verde- Provenzano questo biglietto?», chiede il magistrato. «Ci siamo visti, sì, ci siamo visti praticamente in un bar che c’era là davanti, in uno che vende… sì… Questo è stato il ritorno perchè invece la consegna è stata dopo… fondamentalmente ho consegnato questo e dopo 4 ore ho avuto la risposta. Prima ho consegnato una busta dove c’era una lettera di mio padre e l’ho consegnato nell’appartamento questo lì che ho già indicato in precedenti interrogatori, dove c’era soldi e una lettera di mio padre. Ho preso la lettera di mio padre, ero stato invitato a ripassare nel pomeriggio. E nel pomeriggio ho incontrato il Provenzano, il Lo Verde dentro una Golf bianca e ho ritirato questo documento e basta, non mi sono permesso né di aprirlo né di fare».stor 11403513 27390 Mafia, Ciancimino shock: Quel senatore prese il posto di papà
SOLDI VERI, CARRIERE ANCHE – I soldi di cui parla Ciancimino e che si trovavano nella busta «venivano dalla società Gas, erano 50 milioni in contanti che sono stati dati». «Mi ricordo perchè se mancava una lira mio padre mi ammazzava, anche se già il rapporto lì era molto cambiato. L’argomento era sempre il solito quello che diciamo c’era da quando Provenzano venne a trovare mio padre: il discorso dell’amnistia, dei benefici e robe varie. Fondamentalmente mio padre aspirava essendo detenuto normale non sottoposto al vincolo di reato associato che di fatto inibiva qualsiasi beneficio derivante da qualsiasi tipo di legge nelle misure alternative, avendo scontato tutto quello che era, tutto il periodo relativo al reato associativo, aspirava e pensava che di lì a poco, anche visti gli appelli continui sia della Chiesa, Papi, visto anche gli altri contatti che c’erano stati in precedenza, era stato assicurato che prima o poi sarebbe venuto un provvedimento di questo tipo in aiuto che avrebbe fatto così, diciamo, dato… fondamentalmente mio padre diventava libero a tutti gli effetti». È lui a spiegare che era stato il padre a raccontargli che Cuffaro «faceva l’autista a Mannino, quando pure io accompagnavo mio padre alle riunioni, dice, ma come aspettava con te fuori dalla macchina… Poi ho ricollegato un pò il soggetto, perchè quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima. Spesso rimanevamo io fuori dalla macchina e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia che rimanevo con mio padre e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. Diciamo i tre autisti erano questi, oggi questi, ovviamente altri due hanno fatto ben altre carriere, io no. E stavamo lì, veramente, andavamo a prendere cose al bar… C’è chi è più fortunato nella vita!».
IL RUOLO DI DELL’UTRI – Il senatore del Pdl Marcello dell’Utri, già dal ‘93, avrebbe sostituito l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nella conduzione della cosiddetta «trattativa» tra lo Stato e la mafia. Massimo Ciancimino, parla della cattura del boss Totò Riina e racconta che suo padre, in qualche modo cavalcando il malcontento del boss Bernardo Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, l’aveva convinto a «consegnare» il latitante. Da Provenzano, Vito Ciancimino aveva saputo dove si trovava il covo di Riina. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. Ma nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (don Vito n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perchè voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perchè Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre»
http://www.giornalettismo.com/archives/47085/mafia-ciancimino-dellutri-cuffaro-schifani/
L' Islam é una giusta punizione del Signore davanti alla nostra ignavia di cristiani che non sappiamo difendere la nostra identità religiosa cristiana e con questi peccati di omissione ci sputiamo sopra.
Del resto la stessa Aids non proliferebbe senza condotte viziose.
La chiesa chiede delicatezza e misericordia [nei confronti dell'omosessualità] e sono in sintonia. Ma rimango della idea, tolte rare eccezioni, che sia figlia del vizio e della depravazione.
Monsignor Giacomo Babini, vescovo di Grosseto, intervistato da Pontifex.roma.it, 11 gennaio 2010.
Via Non contro ma per!
Del resto la stessa Aids non proliferebbe senza condotte viziose.
La chiesa chiede delicatezza e misericordia [nei confronti dell'omosessualità] e sono in sintonia. Ma rimango della idea, tolte rare eccezioni, che sia figlia del vizio e della depravazione.
Monsignor Giacomo Babini, vescovo di Grosseto, intervistato da Pontifex.roma.it, 11 gennaio 2010.
Via Non contro ma per!
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Google in rotta di collisione con la Cina
Los Angeles, 13-01-2010
Ora anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton dice di "attendersi una spiegazione" dal governo cinese. Google, il gigante di internet, minaccia di chiudere le sue operazioni in Cina dopo la clamorosa denuncia di ieri: il sito web ha subito un "attacco sofisticato" che puntava a carpire informazioni riservate sui dissidenti cinesi e gli attivisti per i diritti umani che usano Gmail. La reazione di Google, per la prima volta, non è stata diplomatica: il motore di ricerca ha smesso di usare i "filtri" richiesti dalla censura cinese. Una decisione che potrebbe portare alla fine delle operazioni di Google in Cina.
Oltre a Google circa 20 altre aziende sono state vittime di attacchi informatici con l'intento di penetrare nelle caselle di posta elettronica di attivisti cinesi.
"La possibilità di operare con fiducia nel ciberspazio - ha detto Clinton - è di importanza critica in una società ed in un'economia moderne". Vero, ma ancora più vero che la rete è ormai, per dirla con il fratello del presidente iraniano Mohammud Ahmadinejad, Davoud, "una minaccia" letale per i regimi illiberali. Da qui i rinnovati sforzi cinesi di censurare il web: sia nelle possibilità di approvigionamento di notizie, sia nella libera espressione di idee, sia nell'interscambio di informazioni fra gli utenti. Tutti fattori altamente negativi per Pechino, che per Google non rappresenta per ora, è vero, una fetta consistente di ricavi, ma un'immenso potenziale mercato per i prossimi anni, a cominciare dall'immissione in Cina degli smartphone con Android, i 'Googlefonini'.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=136796
Los Angeles, 13-01-2010
Ora anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton dice di "attendersi una spiegazione" dal governo cinese. Google, il gigante di internet, minaccia di chiudere le sue operazioni in Cina dopo la clamorosa denuncia di ieri: il sito web ha subito un "attacco sofisticato" che puntava a carpire informazioni riservate sui dissidenti cinesi e gli attivisti per i diritti umani che usano Gmail. La reazione di Google, per la prima volta, non è stata diplomatica: il motore di ricerca ha smesso di usare i "filtri" richiesti dalla censura cinese. Una decisione che potrebbe portare alla fine delle operazioni di Google in Cina.
Oltre a Google circa 20 altre aziende sono state vittime di attacchi informatici con l'intento di penetrare nelle caselle di posta elettronica di attivisti cinesi.
"La possibilità di operare con fiducia nel ciberspazio - ha detto Clinton - è di importanza critica in una società ed in un'economia moderne". Vero, ma ancora più vero che la rete è ormai, per dirla con il fratello del presidente iraniano Mohammud Ahmadinejad, Davoud, "una minaccia" letale per i regimi illiberali. Da qui i rinnovati sforzi cinesi di censurare il web: sia nelle possibilità di approvigionamento di notizie, sia nella libera espressione di idee, sia nell'interscambio di informazioni fra gli utenti. Tutti fattori altamente negativi per Pechino, che per Google non rappresenta per ora, è vero, una fetta consistente di ricavi, ma un'immenso potenziale mercato per i prossimi anni, a cominciare dall'immissione in Cina degli smartphone con Android, i 'Googlefonini'.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=136796
mercoledì 6 gennaio 2010
"La Stampa", 06 Gennaio 2010, pag. 16
LA NUOVA STAGIONE DELLA GIUNTA RENZI
Coppie gay, svolta a Firenze
Avranno il mutuo agevolato
Il Comune: purché conviventi da almeno tre anni
MARIA VITTORIA GIANNOTTI
FIRENZE
L'importante è che siano giovani - sotto i 35 anni, per la precisione – che abbiano intenzione di acquistare casa a Firenze e che vadano d'amore e d'accordo. Tanto da convivere da almeno tre anni sotto lo stesso tetto. Poi, in caso di difficoltà economiche, a dare una mano a pagare il mutuo, ci pensa il Comune. Con un apposito Fondo di solidarietà di 250 mila euro. Ma vale anche per i gay? «Sì, non facciamo distinzione di genere, senza preclusione a coppie omosessuali, o fratello e sorella, fratello e fratello» spiega Claudio Fantoni, assessore alla casa di Palazzo Vecchio.
Dopo la pedonalizzazione di piazza Duomo, l'abolizione degli ausiliari al traffico, l'affitto del posto auto ai residenti, la giunta capitanata da Matteo Renzi si prepara a una piccola rivoluzione cittadina sul fronte del Welfare. Che, come sempre accade in riva all'Arno, fa subito discutere. Le polemiche non arrivano solo da alcuni esponenti del centro-destra.
A sollevare qualche perplessità è anche l'arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, che osserva: «Tenendo conto della ristrettezza delle risorse a disposizione per le politiche sociali, ci si aspetterebbe che fossero valorizzate le realtà che hanno una valenza e una ricaduta su tutta la società e quindi ci si aspetterebbe un aiuto e una promozione di politiche sociali a favore della famiglia fondata sul matrimonio, quella che la Costituzione tutela».
Comunque sia, la delibera, in Comune, è già stata approvata. Il Fondo di garanzia costituito da Palazzo Vecchio sarà destinato a cento giovani coppie, sposate o conviventi di fatto. Il bando - che si ispira a uno già adottati dalla Regione Toscana - sarà pubblicato la prossima settimana. Obiettivo della giunta, ha spiegato l'assessore Fantoni, è «promuovere una politica della residenza in città e fronteggiare gli effetti della crisi economica in corso». Da anni, il capoluogo toscano ha assistito a una vera e propria fuga di residenti dal centro – dove gli immobili hanno raggiunto prezzi esosi - a favore delle periferie o, addirittura, della provincia, dove i costi sono decisamente più abbordabili.
Il Fondo prevede una copertura delle rate di mutuo per un massimo di 10 mila euro e per una durata di 10 anni alle 100 giovani coppie inserite nella graduatoria che si dovessero trovare in difficoltà economica, ovviamente comprovata.
I requisiti non sono solo anagrafici: entrambi i componenti della coppia devono essere residenti a Firenze e non devono avere più di 35 anni. L'acquisto della casa deve essere avvenuto da meno di dodici mesi o in programma entro nove mesi dalla pubblicazione del bando. Inoltre l'immobile non deve possedere caratteristiche di lusso e abbia una superficie utile non inferiore ai 45 metri quadrati e non superiore a 95.
E se l'arcivescovo auspica che le politiche degli enti pubblici «siano a vantaggio di tutta la società», Franco Grillini, presidente di Gaynet ribatte: «Il vescovo di Firenze sbaglia, perchè ogni coppia, ogni convivenza, ogni forma familiare rappresenta un bene pubblico oltre che un elemento del benessere e della felicità collettiva».
LA NUOVA STAGIONE DELLA GIUNTA RENZI
Coppie gay, svolta a Firenze
Avranno il mutuo agevolato
Il Comune: purché conviventi da almeno tre anni
MARIA VITTORIA GIANNOTTI
FIRENZE
L'importante è che siano giovani - sotto i 35 anni, per la precisione – che abbiano intenzione di acquistare casa a Firenze e che vadano d'amore e d'accordo. Tanto da convivere da almeno tre anni sotto lo stesso tetto. Poi, in caso di difficoltà economiche, a dare una mano a pagare il mutuo, ci pensa il Comune. Con un apposito Fondo di solidarietà di 250 mila euro. Ma vale anche per i gay? «Sì, non facciamo distinzione di genere, senza preclusione a coppie omosessuali, o fratello e sorella, fratello e fratello» spiega Claudio Fantoni, assessore alla casa di Palazzo Vecchio.
Dopo la pedonalizzazione di piazza Duomo, l'abolizione degli ausiliari al traffico, l'affitto del posto auto ai residenti, la giunta capitanata da Matteo Renzi si prepara a una piccola rivoluzione cittadina sul fronte del Welfare. Che, come sempre accade in riva all'Arno, fa subito discutere. Le polemiche non arrivano solo da alcuni esponenti del centro-destra.
A sollevare qualche perplessità è anche l'arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, che osserva: «Tenendo conto della ristrettezza delle risorse a disposizione per le politiche sociali, ci si aspetterebbe che fossero valorizzate le realtà che hanno una valenza e una ricaduta su tutta la società e quindi ci si aspetterebbe un aiuto e una promozione di politiche sociali a favore della famiglia fondata sul matrimonio, quella che la Costituzione tutela».
Comunque sia, la delibera, in Comune, è già stata approvata. Il Fondo di garanzia costituito da Palazzo Vecchio sarà destinato a cento giovani coppie, sposate o conviventi di fatto. Il bando - che si ispira a uno già adottati dalla Regione Toscana - sarà pubblicato la prossima settimana. Obiettivo della giunta, ha spiegato l'assessore Fantoni, è «promuovere una politica della residenza in città e fronteggiare gli effetti della crisi economica in corso». Da anni, il capoluogo toscano ha assistito a una vera e propria fuga di residenti dal centro – dove gli immobili hanno raggiunto prezzi esosi - a favore delle periferie o, addirittura, della provincia, dove i costi sono decisamente più abbordabili.
Il Fondo prevede una copertura delle rate di mutuo per un massimo di 10 mila euro e per una durata di 10 anni alle 100 giovani coppie inserite nella graduatoria che si dovessero trovare in difficoltà economica, ovviamente comprovata.
I requisiti non sono solo anagrafici: entrambi i componenti della coppia devono essere residenti a Firenze e non devono avere più di 35 anni. L'acquisto della casa deve essere avvenuto da meno di dodici mesi o in programma entro nove mesi dalla pubblicazione del bando. Inoltre l'immobile non deve possedere caratteristiche di lusso e abbia una superficie utile non inferiore ai 45 metri quadrati e non superiore a 95.
E se l'arcivescovo auspica che le politiche degli enti pubblici «siano a vantaggio di tutta la società», Franco Grillini, presidente di Gaynet ribatte: «Il vescovo di Firenze sbaglia, perchè ogni coppia, ogni convivenza, ogni forma familiare rappresenta un bene pubblico oltre che un elemento del benessere e della felicità collettiva».
martedì 5 gennaio 2010
Telecom, Berlusconi impone il segreto di stato su Mancini
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe deciso di porre il segreto di Stato sulla natura dei rapporti che ebbe con Telecom Italia l'ex numer tre del controspionaggio militare (Sismi) Marco Mancini. Lo afferma oggi il Corriere della Sera spiegando che Berlusconi ha scritto una lettera al gup di Milano Mariolina Panasiti.
La Procura di Milano chiedeva che Mancini fosse processato per la vicenda dei dossier illegali contestatagli in concorso con l'ex vertice della divisione "security" di Telecom e Pirelli, Giuliano Tavaroli, e altri 34 indagati.
Il gup Panasti il 13 novembre scorso aveva attivato la procedura di «interpello» di palazzo Chigi, prevista per legge ogniqualvolta un imputato, come Mancini, prospetti di non potersi difendere se non violando un asserito segreto di Stato.
05 gennaio 2010
http://www.unita.it/news/italia/93330/telecom_berlusconi_impone_il_segreto_di_stato_su_mancini
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe deciso di porre il segreto di Stato sulla natura dei rapporti che ebbe con Telecom Italia l'ex numer tre del controspionaggio militare (Sismi) Marco Mancini. Lo afferma oggi il Corriere della Sera spiegando che Berlusconi ha scritto una lettera al gup di Milano Mariolina Panasiti.
La Procura di Milano chiedeva che Mancini fosse processato per la vicenda dei dossier illegali contestatagli in concorso con l'ex vertice della divisione "security" di Telecom e Pirelli, Giuliano Tavaroli, e altri 34 indagati.
Il gup Panasti il 13 novembre scorso aveva attivato la procedura di «interpello» di palazzo Chigi, prevista per legge ogniqualvolta un imputato, come Mancini, prospetti di non potersi difendere se non violando un asserito segreto di Stato.
05 gennaio 2010
http://www.unita.it/news/italia/93330/telecom_berlusconi_impone_il_segreto_di_stato_su_mancini
venerdì 1 gennaio 2010
De Pedis rapì Emanuela Orlandi: la tomba di Sant'Apollinare e i punti oscuri del Vaticano
Emanuela Orlandi, il rapimento fu organizzato da Renatino De Pedis. Dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex compagna del boss della Banda della Magliana, spuntano nuove dichiarazioni. A fornire ulteriori dettagli sul rapimento della 15enne figlia di un funzionario del Vaticano è oggi Maurizio Abbatino, pentito storico della Banda nel corso dell'audizione resa a piazzale Clodio davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, come scrive il Corriere della Sera.
La questione dei soldi sporchi è al centro del rapimento: De Pedis e i suoi avrebbero così voluto ricattare il Vaticano. Politica e Società ha seguito negli ultimi due anni gli sviluppi della vicenda con interviste a Ferruccio Pinotti, Pino Nicotri (che ha indagato anche sulle preferenze sessuali di Monsignor Marcinkus) e a Raffaella Notariale, la giornalista di "Chi l'ha visto?" che nel 2005 era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura di Renatino De Pedis nella Basilica di Sant'Apollinare.
Distacchiamo dallo sfondo alcuni elementi interessanti che attendono di essere decifrati.
1. Perché De Pedis è sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare?
(la famiglia aveva annunciato di voler traslare la tomba, cosa mai avvenuta). Anche per Ferruccio Pinotti, giornalista e autore di grandi inchieste, dalla massoneria all'Opus Dei, questo rimane uno dei principali interrogativi:
Ci sono molti punti oscuri nei rapporti fra Ior, Banco Ambrosiano e banda della Magliana e sono altrettante le coincidenze. Ad esempio la sepoltura di Renatino De Pedis nella Basilica di Sant'Apolinare a Roma.
Sì, è un fatto inquietante. Neanche una persona normale potrebbe essere sepolta sotto il patrocinio dell'Opus Dei, figuriamoci De Pedis che si è macchiato di reati gravissimi. Ma non credo che l'Opus Dei abbia qualche responsabilità a riguardo, perchè la basilica è passata in loro proprietà nel 1992 (De Pedis è stato sepolto nel 1990, ndr).
2. In che modo la famiglia di De Pedis ottenne dal Vaticano il permesso di seppellire in una chiesa il boss della Banda della Magliana?
3. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela è un dipendente dello Ior. Come può essere compatibile la sua posizione professionale con questa dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera: "Trovo pazzesco che ci sia qualcuno che sa ma non parla... Nelle vicende che lo riguardano, il Vaticano non vuole esporsi, non vuole rischiare... Non so quali informazioni raccogliesse il Vaticano sulla scomparsa di mia sorella: se hanno fatto un'indagine interna, non ce l'hanno fatto mai sapere. Loro ci sono sempre stati vicini con la preghiera, ma non è assolutamente sufficiente... Mettiamola così: il Vaticano non ha aiutato una sua cittadina... I magistrati hanno lavorato, ma trovandosi di fronte il Vaticano hanno incontrato parecchie difficoltà: è un ambiente impenetrabile"?
L'ex compagna di De Pedis parla, così come Maurizio Abbatino. Solo un interlocutore fondamentale, con tutti i suoi satelliti - Ior, vicari, monsignori e cardinali - tace: il Vaticano. E' silenzio sull'obiettivo Solidarnosc e i soldi sporchi per la causa anticomunista.
http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/12/de-pedis-rapi-emanuela-orlandi-la-tomba-di-santapollinare-e-i-punti-oscuri-del-vaticano.html
Emanuela Orlandi, il rapimento fu organizzato da Renatino De Pedis. Dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex compagna del boss della Banda della Magliana, spuntano nuove dichiarazioni. A fornire ulteriori dettagli sul rapimento della 15enne figlia di un funzionario del Vaticano è oggi Maurizio Abbatino, pentito storico della Banda nel corso dell'audizione resa a piazzale Clodio davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, come scrive il Corriere della Sera.
La questione dei soldi sporchi è al centro del rapimento: De Pedis e i suoi avrebbero così voluto ricattare il Vaticano. Politica e Società ha seguito negli ultimi due anni gli sviluppi della vicenda con interviste a Ferruccio Pinotti, Pino Nicotri (che ha indagato anche sulle preferenze sessuali di Monsignor Marcinkus) e a Raffaella Notariale, la giornalista di "Chi l'ha visto?" che nel 2005 era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura di Renatino De Pedis nella Basilica di Sant'Apollinare.
Distacchiamo dallo sfondo alcuni elementi interessanti che attendono di essere decifrati.
1. Perché De Pedis è sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare?
(la famiglia aveva annunciato di voler traslare la tomba, cosa mai avvenuta). Anche per Ferruccio Pinotti, giornalista e autore di grandi inchieste, dalla massoneria all'Opus Dei, questo rimane uno dei principali interrogativi:
Ci sono molti punti oscuri nei rapporti fra Ior, Banco Ambrosiano e banda della Magliana e sono altrettante le coincidenze. Ad esempio la sepoltura di Renatino De Pedis nella Basilica di Sant'Apolinare a Roma.
Sì, è un fatto inquietante. Neanche una persona normale potrebbe essere sepolta sotto il patrocinio dell'Opus Dei, figuriamoci De Pedis che si è macchiato di reati gravissimi. Ma non credo che l'Opus Dei abbia qualche responsabilità a riguardo, perchè la basilica è passata in loro proprietà nel 1992 (De Pedis è stato sepolto nel 1990, ndr).
2. In che modo la famiglia di De Pedis ottenne dal Vaticano il permesso di seppellire in una chiesa il boss della Banda della Magliana?
3. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela è un dipendente dello Ior. Come può essere compatibile la sua posizione professionale con questa dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera: "Trovo pazzesco che ci sia qualcuno che sa ma non parla... Nelle vicende che lo riguardano, il Vaticano non vuole esporsi, non vuole rischiare... Non so quali informazioni raccogliesse il Vaticano sulla scomparsa di mia sorella: se hanno fatto un'indagine interna, non ce l'hanno fatto mai sapere. Loro ci sono sempre stati vicini con la preghiera, ma non è assolutamente sufficiente... Mettiamola così: il Vaticano non ha aiutato una sua cittadina... I magistrati hanno lavorato, ma trovandosi di fronte il Vaticano hanno incontrato parecchie difficoltà: è un ambiente impenetrabile"?
L'ex compagna di De Pedis parla, così come Maurizio Abbatino. Solo un interlocutore fondamentale, con tutti i suoi satelliti - Ior, vicari, monsignori e cardinali - tace: il Vaticano. E' silenzio sull'obiettivo Solidarnosc e i soldi sporchi per la causa anticomunista.
http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/12/de-pedis-rapi-emanuela-orlandi-la-tomba-di-santapollinare-e-i-punti-oscuri-del-vaticano.html
Vaticano: Emanuela Orlandi un altro testimone conferma
Interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, il componente della banda della Magliana, Maurizio Abbatino, considerato il più attendibile dei pentiti, conferma: Emanuela Orlandi fu rapita dal boss Enrico De Pedis.
Come aveva già raccontato un altro pentito, Antonio Mancini detto
l' accattone, all' origine del sequestro ci sarebbe stato un contenzioso con lo IOR a proposito di enormi somme di denaro, provenienti dall' attività criminosa e depositate presso l' istituto bancario del Vaticano.
Ora non resta che da capire come mai somme provenienti da attività criminose, fossero depositate presso la banca vaticana, e soprattutto come ciò abbia potuto costituire un "problema".
Se il "problema" fosse stata solo la scoperta della provenienza illecita bastava rifiutare i depositi e invitare i titolari ad andarli a depositare da qualche altra parte, ma per arrivare ad un rapimento, evidentemente il problema non poteva che essere costituito dalla mancata restituzione del denaro stesso, finito, nel frattempo, "chissà dove".(in Polonia ?)
E resta alla fine da capire come il dissidio si risolse, e come tra
il Vaticano e il De Pedis "scoppiò" una "pace" tanto evangelica
da comportare la sepoltura del bandito, non in un normale
cimitero, ma in una chiesa storica di Roma (roba da cardinali).
Ma che dal Vaticano arrivi aiuto per dipanare la matassa, non c'è da sperare, dato che è in corso la beatificazione del papa sotto il regno del quale ciò avvenne, e, per giunta, ad opera di suoi strettissimi collaboratori, da lui stesso poi sottratti, all' epoca, a qualunque tentativo di indagine da parte della magistratuta italiana.
http://forum.panorama.it/f31/vaticano-emanuela-orlandi-altre-conferme-t17418/
Interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, il componente della banda della Magliana, Maurizio Abbatino, considerato il più attendibile dei pentiti, conferma: Emanuela Orlandi fu rapita dal boss Enrico De Pedis.
Come aveva già raccontato un altro pentito, Antonio Mancini detto
l' accattone, all' origine del sequestro ci sarebbe stato un contenzioso con lo IOR a proposito di enormi somme di denaro, provenienti dall' attività criminosa e depositate presso l' istituto bancario del Vaticano.
Ora non resta che da capire come mai somme provenienti da attività criminose, fossero depositate presso la banca vaticana, e soprattutto come ciò abbia potuto costituire un "problema".
Se il "problema" fosse stata solo la scoperta della provenienza illecita bastava rifiutare i depositi e invitare i titolari ad andarli a depositare da qualche altra parte, ma per arrivare ad un rapimento, evidentemente il problema non poteva che essere costituito dalla mancata restituzione del denaro stesso, finito, nel frattempo, "chissà dove".(in Polonia ?)
E resta alla fine da capire come il dissidio si risolse, e come tra
il Vaticano e il De Pedis "scoppiò" una "pace" tanto evangelica
da comportare la sepoltura del bandito, non in un normale
cimitero, ma in una chiesa storica di Roma (roba da cardinali).
Ma che dal Vaticano arrivi aiuto per dipanare la matassa, non c'è da sperare, dato che è in corso la beatificazione del papa sotto il regno del quale ciò avvenne, e, per giunta, ad opera di suoi strettissimi collaboratori, da lui stesso poi sottratti, all' epoca, a qualunque tentativo di indagine da parte della magistratuta italiana.
http://forum.panorama.it/f31/vaticano-emanuela-orlandi-altre-conferme-t17418/
Class action in Italia
Roma, 01-01-2010
L'anno nuovo ha portato grandi novità per i consumatori italiani. Da oggi, infatti, possono esercitare la class action, ossia l'azione collettiva a tutela dei propri diritti per danni o inadempienze contrattuali da parte delle aziende.
Si tratta di una innovazione introdotta dalla Legge Sviluppo per tutelare i consumatori e gli utenti, sostituendo così integralmente l'analoga disciplina, prevista dalla legge finanziaria per il 2008, ma mai entrata in vigore perché ritenuta carente sia sotto l'aspetto procedurale che sostanziale.
"Anche in Italia diventa finalmente operativo uno strumento di civiltà, essenziale per la tutela dei consumatori, già attivo in altri paesi sviluppati", ha detto Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, ricordando che "da ora è più semplice, concreto ed effettivo l'esercizio dell'azione collettiva, poiché questa può essere avviata anche da singoli consumatori o utenti, anziché solo dalle loro associazioni, e viene semplificato il meccanismo di liquidazione del danno".
La nuova normativa
Da oggi è possibile esercitare l'azione collettiva di classe per il sanare gli illeciti commessi dal 16 agosto 2009 in poi. L'azione di classe consiste in un'azione collettiva, promossa da uno o più consumatori/utenti, i quali agiscono in proprio oppure dando mandato ad un'associazione di tutela dei diritti dei consumatori. Gli altri consumatori interessati, titolari di una identica pretesa, possono scegliere di aderire all'azione di classe già promossa, senza dover ricorrere al patrocinio dell'avvocato. Resta salva, comunque, la possibilità di agire individualmente per la tutela dei propri diritti.
Quest'ultima ipotesi è incompatibile con la scelta di aderire ad una class action. Mediante ricorso al tribunale uno dei soggetti consumatori/utenti - che abbiano subito le conseguenze di condotte o pratiche commerciali scorrette; o che abbiano acquistato un prodotto difettoso o pericoloso; o ancora che versino in una medesima situazione di pregiudizio nei confronti di un'impresa, in conseguenza di un inadempimento contrattuale - propone l'azione assistito da un avvocato, eventualmente dando mandato ad un'associazione di tutela dei consumatori.
Tutti gli altri cointeressati possono aderire senza doversi rivolgere all'avvocato. Rispetto alla precedente stesura della norma (mai entrata in vigore), la disciplina attuale in vigore da oggi si caratterizza per la tutela di diritti di singoli aventi contenuto identico od omogeneo, con attribuzione della legittimazione in capo al consumatore/utente; mentre l'altra versione imputava questa facoltà solo in capo all'associazione.
La nuova normativa inoltre si caratterizza per la semplificazione del meccanismo di liquidazione del danno. Se molte persone ricevono singolarmente un danno di portata economicamente modesta difficilmente decidono di sostenere individualmente le spese necessarie per sostenere e vincere la partita legale. Ma se l'azione, invece, è condotta collettivamente, le spese si abbattono e il singolo acquista maggiore "forza" nei confronti della grande impresa.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=136178
Roma, 01-01-2010
L'anno nuovo ha portato grandi novità per i consumatori italiani. Da oggi, infatti, possono esercitare la class action, ossia l'azione collettiva a tutela dei propri diritti per danni o inadempienze contrattuali da parte delle aziende.
Si tratta di una innovazione introdotta dalla Legge Sviluppo per tutelare i consumatori e gli utenti, sostituendo così integralmente l'analoga disciplina, prevista dalla legge finanziaria per il 2008, ma mai entrata in vigore perché ritenuta carente sia sotto l'aspetto procedurale che sostanziale.
"Anche in Italia diventa finalmente operativo uno strumento di civiltà, essenziale per la tutela dei consumatori, già attivo in altri paesi sviluppati", ha detto Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, ricordando che "da ora è più semplice, concreto ed effettivo l'esercizio dell'azione collettiva, poiché questa può essere avviata anche da singoli consumatori o utenti, anziché solo dalle loro associazioni, e viene semplificato il meccanismo di liquidazione del danno".
La nuova normativa
Da oggi è possibile esercitare l'azione collettiva di classe per il sanare gli illeciti commessi dal 16 agosto 2009 in poi. L'azione di classe consiste in un'azione collettiva, promossa da uno o più consumatori/utenti, i quali agiscono in proprio oppure dando mandato ad un'associazione di tutela dei diritti dei consumatori. Gli altri consumatori interessati, titolari di una identica pretesa, possono scegliere di aderire all'azione di classe già promossa, senza dover ricorrere al patrocinio dell'avvocato. Resta salva, comunque, la possibilità di agire individualmente per la tutela dei propri diritti.
Quest'ultima ipotesi è incompatibile con la scelta di aderire ad una class action. Mediante ricorso al tribunale uno dei soggetti consumatori/utenti - che abbiano subito le conseguenze di condotte o pratiche commerciali scorrette; o che abbiano acquistato un prodotto difettoso o pericoloso; o ancora che versino in una medesima situazione di pregiudizio nei confronti di un'impresa, in conseguenza di un inadempimento contrattuale - propone l'azione assistito da un avvocato, eventualmente dando mandato ad un'associazione di tutela dei consumatori.
Tutti gli altri cointeressati possono aderire senza doversi rivolgere all'avvocato. Rispetto alla precedente stesura della norma (mai entrata in vigore), la disciplina attuale in vigore da oggi si caratterizza per la tutela di diritti di singoli aventi contenuto identico od omogeneo, con attribuzione della legittimazione in capo al consumatore/utente; mentre l'altra versione imputava questa facoltà solo in capo all'associazione.
La nuova normativa inoltre si caratterizza per la semplificazione del meccanismo di liquidazione del danno. Se molte persone ricevono singolarmente un danno di portata economicamente modesta difficilmente decidono di sostenere individualmente le spese necessarie per sostenere e vincere la partita legale. Ma se l'azione, invece, è condotta collettivamente, le spese si abbattono e il singolo acquista maggiore "forza" nei confronti della grande impresa.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=136178
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sabato 26 dicembre 2009
"Spiare e colpire": i dossier e la regia di Berlusconi
Nessuno di loro ci sta a rimanere con il cerino in mano. Hanno spiato, certo. Hanno creato dossier e schede su quelli che Silvio Berlusconi considerava i suoi nemici. Hanno consultato fonti aperte e fiduciarie. Hanno archiviato documenti in cui si ipotizzavano interventi per "disarticolare", "neutralizzare", "ridimensionare" e "dissuadere", anche con "provvedimementi" e "misure traumatiche", i presunti avversari del premier.
Forse hanno addirittura organizzato pedinamenti e disposto intercettazioni telefoniche. Ma di sicuro non lo hanno fatto di loro iniziativa. Avevano ordini precisi. Disposizioni che arrivavano dall’alto. E, se mai adesso fossero processati, potrebbero parlare. Per questo il presidente del Consiglio, all’ultimo momento ha deciso di coprire con il segreto di Stato le attività dell’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, legate all’ufficio disinfomatjia dei servizi segreti militari, scoperto a Roma, il 5 luglio del 2006 dalla Digos di Milano. Per questo l’uomo che dirigeva quel centro analisi, l’ex consulente di don Luigi Verzé, Pio Pompa – incredibilmente diventato prima uno 007 e poi un collaboratore de Il Foglio di Giuliano Ferrara – ha pure lui chiesto che il segreto, controfirmato da Berlusconi, blocchi di fatto l’inchiesta su quelle schedature di stile vetero-cecoslovacco. Un’indagine che a Perugia era a un passo dalle richieste di rinvio a giudizio, ma che adesso è invece avviata verso un binario morto.
Restano però i fatti e i documenti. Carte che raccontano come tra il 2001 e il 2006, il governo Berlusconi abbia utilizzato i servizi per fare politica, avvelenare l’informazione, controllare o pagare i giornalisti (Renato Farina), spiare i giudici, il movimento dei Girotondi e una serie di esponenti dell’opposizione. Decine e decine di persone e di associazioni che nei computer di Pompa erano catalogate con degli acronimi e delle sigle: Furio Colombo, per esempio, era "Rioco", Magistratura democratica era "Traca", l’allora segretario della Federazione nazionale della stampa italiana, Paolo Serventi Longhi, era "Svli", il magistrato Juan Ignazio Patrone, all’epoca segretario di "Medel", l’associazione europea dei giuristi democratici, era "Jne". L’analista di Pollari che, in una lettera indirizzata al premier si descriveva come un suo “collaboratore fedele e leale”, aveva pronto un nomignolo per tutti. Ecco dunque che nel siglario l’ex capogruppo dei Ds al Senato, Cesare Salvi, diventa "Vli", l’ex membro del Copaco (il comitato di controllo sui servizi segreti), Massimo Brutti viene indicato come “Tti”, mentre Luciano Violante è "Nte".
Rileggendo in controluce la strana carriera di Pompa, prima comunista e sindacalista alla Sip, poi socio dell’uxoricida Patrizia Reggiani Gucci, è infine devoto a Don Verzé, Pollari e Berlusconi, verrebbe quasi da ridere. Senonché molte delle spericolate ed eversive analisi sequestrate in via Nazionale (carte delle quali Pompa tenta di disconoscere la paternità), risultano poi essersi trasformate in atti di governo o, come ha sottolineato il Consiglio superiore della magistratura, i precise campagne stampa riprese in Parlamento. In un documento, attualissimo, che parte da un assioma caro a Berlusconi (l’esistenza di "un dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria” che si muove contro “esponenti dell’attuale maggioranza di governo e di loro familiari"), dopo gli elenchi contenenti i nomi dei presunti nemici, si suggeriscono le contromisure.
Vediamole in sintesi: "1) Disarticolazione, graduale ma costante, del dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria [...] Tale attività implica la considerazione di alcuni personaggi, di rilievo, che in Italia ed, ora, anche all’estero rappresentano strutture di supporto [...] delle iniziative di aggressione. 2) Disarticolazione, nei medesimi termini, delle iniziative ed attività riconducibili a soggetti – politicamente caratterizzati – che hanno, anche, ricoperto incarichi di Governo nella pregressa Legislatura [...] 3) Neutralizzazione di iniziative, politico-giudiziarie, riferite direttamente a esponenti della attuale maggioranza di Governo e/o di loro familiari (anche attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti). Sedi: Milano, Torino, Roma, Palermo. 4) Neutralizzazione o, al più, ridimensionamento di attività aggressive, politiche, giudiziarie, provenienti dall’estero, [...] Paesi di interesse: Spagna, Inghilterra [indagini Mills e Telecinco ndr]. 5) Neutralizzazione di un disegno, in fase di perfezionamento concettuale e operativo, realizzato nell’ambito di organismi investigativi dell’Unione Europea, volto [...] stimolare le dimissioni o anche proposte di impeachment. 6) Esigenza di concettualizzare un team di soggetti di riferimento che prenda come missione prioritaria la valutazione e la diagnosi precoce di ogni iniziativa aggressiva[...] Al contempo, il citato team, potrebbe (in parallelo) svolgere attività di dissuasione mediante l’adozione di adeguate contromisure".
Lo scritto risale all’estate del 2001. Subito dopo la teoria, si trasforma in prassi. Di governo. Il documento invita infatti a muoversi nella “prima quidicina di settembre”. Così se la Spectre anti-Cavaliere da “disarticolare” si occupa di corruzione e di reati finanziari, ecco subito la legge che depenalizza il falso in bilancio. Se il nemico si annida anche nelle magistrature del resto d’Europa, ecco pronta la norma che cestina le rogatorie internazionali. E se l’esecutivo deve guardarsi dagli “organismi investigativi dell’Unione Europea”, come l’Olaf e l’Eurojust (l’organo che facilita la collaborazione tra le magistrature), ecco il sabotaggio di entrambi gli enti, seguito dal no del governo italiano al mandato di arresto europeo. Il 23 novembre 2001 l’esecutivo Berlusconi blocca la nomina all’Olaf di tre magistrati italiani, Perduca (citato due volte nelle liste di via Nazionale), Mario Vaudano e Nicola Piacente, che hanno vinto un regolare concorso. A Gian Carlo Caselli non viene invece confermata la nomina ad Eurojust, mentre altri magistrati dossierati, come Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, verranno perseguitati dal ministro della Giustizia con continue ispezioni e procedimenti disciplinari.
E in ogni caso quasi tutte le toghe citate saranno oggetto di "iniziative traumatiche": tra i primi provvedimenti del secondo governo Berlusconi c’è il taglio delle scorte ai giudici in prima linea. Il documento del Sismi denuncia poi il pericolo di "attività aggressive svolte in sinergia" tra pm italiani, spagnoli e inglesi. Anche questo delirio produce ben presto contromisure concrete. Il 14 dicembre 2001 il giornalista e senatore forzista Lino Jannuzzi, buon amico di Pollari, "rivela" su Panorama e su Il Giornale che Ilda Boccassini s’è incontrata in un albergo di Lugano con i colleghi Carlos Castresana, Carla Del Ponte ed Elena Paciotti (eurodeputato Ds) per incastrare Berlusconi» e “trovare il modo di arrestarlo”. Naturalmente è tutto falso, ma la smentita non arriverà mai. L’estensore del piano vanta comunque ottime fonti. In un passaggio, fa riferimento a qualcuno che si è appena insediato nello staff del ministro della Giustizia.
In un altro parla di un anonimo magistrato con un incarico di "supporto governativo". In un terzo cita una giornalista (senza nome) che avrebbe partecipato a Milano a un incontro tra pm in cui si era discusso il cambio d’imputazione in un processo alla Fininvest. Pare che l’informatissimo 007 disponga di una struttura in grado di controllare le mosse della parte più attiva della magistratura. E infatti L’Espresso scoprirà nel 2005 che sotto il governo Berlusconi, oltre al centro di via Nazionale, i servizi segreti avevano almeno altri due uffici – uno a Palermo in via Notarbartolo, l’altro a Milano in piazza Sant’Ambrogio – da cui si spiavano le inchieste delle Procure più calde d’Italia. Il tutto sotto una regia unica. E all’ombra di un premier che oggi vorrebbe diventare un padre costituente: Silvio Berlusconi.
Da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2406865&yy=2009&mm=12&dd=24&title=spiare_e_colpire_i_dossier_e_l
Nessuno di loro ci sta a rimanere con il cerino in mano. Hanno spiato, certo. Hanno creato dossier e schede su quelli che Silvio Berlusconi considerava i suoi nemici. Hanno consultato fonti aperte e fiduciarie. Hanno archiviato documenti in cui si ipotizzavano interventi per "disarticolare", "neutralizzare", "ridimensionare" e "dissuadere", anche con "provvedimementi" e "misure traumatiche", i presunti avversari del premier.
Forse hanno addirittura organizzato pedinamenti e disposto intercettazioni telefoniche. Ma di sicuro non lo hanno fatto di loro iniziativa. Avevano ordini precisi. Disposizioni che arrivavano dall’alto. E, se mai adesso fossero processati, potrebbero parlare. Per questo il presidente del Consiglio, all’ultimo momento ha deciso di coprire con il segreto di Stato le attività dell’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, legate all’ufficio disinfomatjia dei servizi segreti militari, scoperto a Roma, il 5 luglio del 2006 dalla Digos di Milano. Per questo l’uomo che dirigeva quel centro analisi, l’ex consulente di don Luigi Verzé, Pio Pompa – incredibilmente diventato prima uno 007 e poi un collaboratore de Il Foglio di Giuliano Ferrara – ha pure lui chiesto che il segreto, controfirmato da Berlusconi, blocchi di fatto l’inchiesta su quelle schedature di stile vetero-cecoslovacco. Un’indagine che a Perugia era a un passo dalle richieste di rinvio a giudizio, ma che adesso è invece avviata verso un binario morto.
Restano però i fatti e i documenti. Carte che raccontano come tra il 2001 e il 2006, il governo Berlusconi abbia utilizzato i servizi per fare politica, avvelenare l’informazione, controllare o pagare i giornalisti (Renato Farina), spiare i giudici, il movimento dei Girotondi e una serie di esponenti dell’opposizione. Decine e decine di persone e di associazioni che nei computer di Pompa erano catalogate con degli acronimi e delle sigle: Furio Colombo, per esempio, era "Rioco", Magistratura democratica era "Traca", l’allora segretario della Federazione nazionale della stampa italiana, Paolo Serventi Longhi, era "Svli", il magistrato Juan Ignazio Patrone, all’epoca segretario di "Medel", l’associazione europea dei giuristi democratici, era "Jne". L’analista di Pollari che, in una lettera indirizzata al premier si descriveva come un suo “collaboratore fedele e leale”, aveva pronto un nomignolo per tutti. Ecco dunque che nel siglario l’ex capogruppo dei Ds al Senato, Cesare Salvi, diventa "Vli", l’ex membro del Copaco (il comitato di controllo sui servizi segreti), Massimo Brutti viene indicato come “Tti”, mentre Luciano Violante è "Nte".
Rileggendo in controluce la strana carriera di Pompa, prima comunista e sindacalista alla Sip, poi socio dell’uxoricida Patrizia Reggiani Gucci, è infine devoto a Don Verzé, Pollari e Berlusconi, verrebbe quasi da ridere. Senonché molte delle spericolate ed eversive analisi sequestrate in via Nazionale (carte delle quali Pompa tenta di disconoscere la paternità), risultano poi essersi trasformate in atti di governo o, come ha sottolineato il Consiglio superiore della magistratura, i precise campagne stampa riprese in Parlamento. In un documento, attualissimo, che parte da un assioma caro a Berlusconi (l’esistenza di "un dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria” che si muove contro “esponenti dell’attuale maggioranza di governo e di loro familiari"), dopo gli elenchi contenenti i nomi dei presunti nemici, si suggeriscono le contromisure.
Vediamole in sintesi: "1) Disarticolazione, graduale ma costante, del dispositivo approntato in sede politico-giudiziaria [...] Tale attività implica la considerazione di alcuni personaggi, di rilievo, che in Italia ed, ora, anche all’estero rappresentano strutture di supporto [...] delle iniziative di aggressione. 2) Disarticolazione, nei medesimi termini, delle iniziative ed attività riconducibili a soggetti – politicamente caratterizzati – che hanno, anche, ricoperto incarichi di Governo nella pregressa Legislatura [...] 3) Neutralizzazione di iniziative, politico-giudiziarie, riferite direttamente a esponenti della attuale maggioranza di Governo e/o di loro familiari (anche attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti). Sedi: Milano, Torino, Roma, Palermo. 4) Neutralizzazione o, al più, ridimensionamento di attività aggressive, politiche, giudiziarie, provenienti dall’estero, [...] Paesi di interesse: Spagna, Inghilterra [indagini Mills e Telecinco ndr]. 5) Neutralizzazione di un disegno, in fase di perfezionamento concettuale e operativo, realizzato nell’ambito di organismi investigativi dell’Unione Europea, volto [...] stimolare le dimissioni o anche proposte di impeachment. 6) Esigenza di concettualizzare un team di soggetti di riferimento che prenda come missione prioritaria la valutazione e la diagnosi precoce di ogni iniziativa aggressiva[...] Al contempo, il citato team, potrebbe (in parallelo) svolgere attività di dissuasione mediante l’adozione di adeguate contromisure".
Lo scritto risale all’estate del 2001. Subito dopo la teoria, si trasforma in prassi. Di governo. Il documento invita infatti a muoversi nella “prima quidicina di settembre”. Così se la Spectre anti-Cavaliere da “disarticolare” si occupa di corruzione e di reati finanziari, ecco subito la legge che depenalizza il falso in bilancio. Se il nemico si annida anche nelle magistrature del resto d’Europa, ecco pronta la norma che cestina le rogatorie internazionali. E se l’esecutivo deve guardarsi dagli “organismi investigativi dell’Unione Europea”, come l’Olaf e l’Eurojust (l’organo che facilita la collaborazione tra le magistrature), ecco il sabotaggio di entrambi gli enti, seguito dal no del governo italiano al mandato di arresto europeo. Il 23 novembre 2001 l’esecutivo Berlusconi blocca la nomina all’Olaf di tre magistrati italiani, Perduca (citato due volte nelle liste di via Nazionale), Mario Vaudano e Nicola Piacente, che hanno vinto un regolare concorso. A Gian Carlo Caselli non viene invece confermata la nomina ad Eurojust, mentre altri magistrati dossierati, come Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, verranno perseguitati dal ministro della Giustizia con continue ispezioni e procedimenti disciplinari.
E in ogni caso quasi tutte le toghe citate saranno oggetto di "iniziative traumatiche": tra i primi provvedimenti del secondo governo Berlusconi c’è il taglio delle scorte ai giudici in prima linea. Il documento del Sismi denuncia poi il pericolo di "attività aggressive svolte in sinergia" tra pm italiani, spagnoli e inglesi. Anche questo delirio produce ben presto contromisure concrete. Il 14 dicembre 2001 il giornalista e senatore forzista Lino Jannuzzi, buon amico di Pollari, "rivela" su Panorama e su Il Giornale che Ilda Boccassini s’è incontrata in un albergo di Lugano con i colleghi Carlos Castresana, Carla Del Ponte ed Elena Paciotti (eurodeputato Ds) per incastrare Berlusconi» e “trovare il modo di arrestarlo”. Naturalmente è tutto falso, ma la smentita non arriverà mai. L’estensore del piano vanta comunque ottime fonti. In un passaggio, fa riferimento a qualcuno che si è appena insediato nello staff del ministro della Giustizia.
In un altro parla di un anonimo magistrato con un incarico di "supporto governativo". In un terzo cita una giornalista (senza nome) che avrebbe partecipato a Milano a un incontro tra pm in cui si era discusso il cambio d’imputazione in un processo alla Fininvest. Pare che l’informatissimo 007 disponga di una struttura in grado di controllare le mosse della parte più attiva della magistratura. E infatti L’Espresso scoprirà nel 2005 che sotto il governo Berlusconi, oltre al centro di via Nazionale, i servizi segreti avevano almeno altri due uffici – uno a Palermo in via Notarbartolo, l’altro a Milano in piazza Sant’Ambrogio – da cui si spiavano le inchieste delle Procure più calde d’Italia. Il tutto sotto una regia unica. E all’ombra di un premier che oggi vorrebbe diventare un padre costituente: Silvio Berlusconi.
Da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2406865&yy=2009&mm=12&dd=24&title=spiare_e_colpire_i_dossier_e_l
Strasburgo vigila sulla laicità anche per noi
La Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso due fondamentali sentenze. Una a tutela della libertà d’insegnamento indipendentemente dagli enti dove si insegna e con buona pace del Concordato. L’altra, più nota, sul divieto di esporre il crocefisso ed ogni altro simbolo religioso nelle scuole. La Corte ha anche condannato lo Stato italiano al risarcimento dei danni morali.
di Maria Mantello
La Corte Europea dei Diritti Umani ha sede a Strasburgo. Ad essa può appellarsi ogni cittadino europeo per ricevere giustizia dopo essersi rivolto ai tribunali della sua Nazione. I 47 magistrati che la compongono (uno per ogni Stato del Consiglio d’Europa) hanno il compito di intervenire a ripristinare le libertà fondamentali violate, condannando anche gli Stati nazionali europei che siano venuti meno al loro dovere di garantirle.
La Corte interviene dapprima “in via amichevole”, e se fallisce questo tentativo con una vera e propria azione giudiziaria. Le sentenze emesse dai suoi giudici sono vincolanti per gli stati membri, e sulla loro applicazione vigila il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa.
Recentemente la Corte ha emesso due fondamentali sentenze che condannano lo Stato italiano per defezione laica.
La prima, del 20 ottobre 2009, riguarda il diritto alla libertà d’insegnamento del prof. Luigi Lombardi Vallauri, espulso nel 1998 dall’Università Cattolica di Milano perché «per il rispetto della verità e il bene degli studenti», la curia vaticana non condivideva il suo insegnamento di Filosofia del Diritto, considerandolo «in netta opposizione alla dottrina cattolica ».
La Corte, al contrario, ha sancito che la libertà di manifestare il proprio pensiero e i risultati della propria ricerca, siano fondamentali diritti umani. E non possono essere sospesi neppure in presenza di accordi concordatari tra Stato e Chiesa. Insomma, non ci sono zone franche. Neppure all’Università del Sacro Cuore. La libertà d’insegnamento non è subordinabile all’ideologia della struttura dove si insegna. Come ha commentato lo stesso Lombardi Vallauri: «significherebbe che puoi dire quello che stai pensando in quel momento solo se ti sei infilato nella struttura scolastica ‘giusta’. Ma questo significa che il diritto riconosciuto ai privati di istituire scuole per fare propaganda delle loro fedi, prevale sul principio che arte e scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento... Si tratta di una sentenza epocale. Non solo per il caso specifico che mi riguarda, perché nella internazionalizzazione della giurisprudenza potremo avere davvero una globalizzazione della laicità e con essa della democrazia».
Lo Stato italiano, ritenuto colpevole di non aver fatto valere il sacrosanto diritto del prof. Luigi Lombardi Vallauri, è stato condannato a risarcirlo con 10.000 euro per i danni morali arrecatigli.
L’altro importante pronunciamento della Corte di Strasburgo in materia di laicità è quello del 3 novembre 2009: la così detta ‘sentenza del crocefisso’, con cui i giudici europei hanno dato pienamente ragione alla signora Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli (Dataico e Sami Albertin), di togliere i crocefissi dalle aule. In Italia, dopo una sequela di ricorsi e controricorsi, e nonostante i precedenti pronunciamenti in materia della Corte Costituzionale (in particolare, 203/1989), e della Corte di Cassazione (in particolare, 439/2000), la vicenda aveva assunto toni parossistici con la stupefacente motivazione emessa dal Consiglio di Stato col pronunciamento n.7314/2005. Questo organo amministrativo, infatti, per aggirare il fatto che il crocifisso nei luoghi pubblici contrasta con il supremo principio della laicità dello Stato, era arrivato a chiedere al cittadino di essere un dissociato mentale. Il crocefisso sarebbe infatti da giudicare sacro in chiesa e laico in ogni altro dove (povero crocefisso! povero cittadino!).
La Corte di Straburgo ha messo fine a queste acrobazie (celestiali?), restituendo pienamente alla scuola l’ardua impresa di educare alla libertà di pensiero e di coscienza. Un’impresa delicatissima che contrasta con i simboli di fedi affissi alle pareti di un aula scolastica, che violano la libertà di coscienza degli alunni e fanno dello Stato il propagatore di una fede. Lo Stato italiano, colpevole di non aver rispettato tutto questo è stato condannato a risarcire con 5000 euro la signora Soile Lautsi per danni morali subiti. Inutile dire che già in Italia si stanno armando le truppe per crocifiggere ogni luogo pubblico. Ma per la ‘Buona Novella’ chiediamo: i cristiani la croce non dovrebbero prenderla su di sè invece di usarla come un maglio da brandire su tutti?
(21 dicembre 2009)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/strasburgo-vigila-sulla-laicita-anche-per-noi/
La Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso due fondamentali sentenze. Una a tutela della libertà d’insegnamento indipendentemente dagli enti dove si insegna e con buona pace del Concordato. L’altra, più nota, sul divieto di esporre il crocefisso ed ogni altro simbolo religioso nelle scuole. La Corte ha anche condannato lo Stato italiano al risarcimento dei danni morali.
di Maria Mantello
La Corte Europea dei Diritti Umani ha sede a Strasburgo. Ad essa può appellarsi ogni cittadino europeo per ricevere giustizia dopo essersi rivolto ai tribunali della sua Nazione. I 47 magistrati che la compongono (uno per ogni Stato del Consiglio d’Europa) hanno il compito di intervenire a ripristinare le libertà fondamentali violate, condannando anche gli Stati nazionali europei che siano venuti meno al loro dovere di garantirle.
La Corte interviene dapprima “in via amichevole”, e se fallisce questo tentativo con una vera e propria azione giudiziaria. Le sentenze emesse dai suoi giudici sono vincolanti per gli stati membri, e sulla loro applicazione vigila il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa.
Recentemente la Corte ha emesso due fondamentali sentenze che condannano lo Stato italiano per defezione laica.
La prima, del 20 ottobre 2009, riguarda il diritto alla libertà d’insegnamento del prof. Luigi Lombardi Vallauri, espulso nel 1998 dall’Università Cattolica di Milano perché «per il rispetto della verità e il bene degli studenti», la curia vaticana non condivideva il suo insegnamento di Filosofia del Diritto, considerandolo «in netta opposizione alla dottrina cattolica ».
La Corte, al contrario, ha sancito che la libertà di manifestare il proprio pensiero e i risultati della propria ricerca, siano fondamentali diritti umani. E non possono essere sospesi neppure in presenza di accordi concordatari tra Stato e Chiesa. Insomma, non ci sono zone franche. Neppure all’Università del Sacro Cuore. La libertà d’insegnamento non è subordinabile all’ideologia della struttura dove si insegna. Come ha commentato lo stesso Lombardi Vallauri: «significherebbe che puoi dire quello che stai pensando in quel momento solo se ti sei infilato nella struttura scolastica ‘giusta’. Ma questo significa che il diritto riconosciuto ai privati di istituire scuole per fare propaganda delle loro fedi, prevale sul principio che arte e scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento... Si tratta di una sentenza epocale. Non solo per il caso specifico che mi riguarda, perché nella internazionalizzazione della giurisprudenza potremo avere davvero una globalizzazione della laicità e con essa della democrazia».
Lo Stato italiano, ritenuto colpevole di non aver fatto valere il sacrosanto diritto del prof. Luigi Lombardi Vallauri, è stato condannato a risarcirlo con 10.000 euro per i danni morali arrecatigli.
L’altro importante pronunciamento della Corte di Strasburgo in materia di laicità è quello del 3 novembre 2009: la così detta ‘sentenza del crocefisso’, con cui i giudici europei hanno dato pienamente ragione alla signora Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli (Dataico e Sami Albertin), di togliere i crocefissi dalle aule. In Italia, dopo una sequela di ricorsi e controricorsi, e nonostante i precedenti pronunciamenti in materia della Corte Costituzionale (in particolare, 203/1989), e della Corte di Cassazione (in particolare, 439/2000), la vicenda aveva assunto toni parossistici con la stupefacente motivazione emessa dal Consiglio di Stato col pronunciamento n.7314/2005. Questo organo amministrativo, infatti, per aggirare il fatto che il crocifisso nei luoghi pubblici contrasta con il supremo principio della laicità dello Stato, era arrivato a chiedere al cittadino di essere un dissociato mentale. Il crocefisso sarebbe infatti da giudicare sacro in chiesa e laico in ogni altro dove (povero crocefisso! povero cittadino!).
La Corte di Straburgo ha messo fine a queste acrobazie (celestiali?), restituendo pienamente alla scuola l’ardua impresa di educare alla libertà di pensiero e di coscienza. Un’impresa delicatissima che contrasta con i simboli di fedi affissi alle pareti di un aula scolastica, che violano la libertà di coscienza degli alunni e fanno dello Stato il propagatore di una fede. Lo Stato italiano, colpevole di non aver rispettato tutto questo è stato condannato a risarcire con 5000 euro la signora Soile Lautsi per danni morali subiti. Inutile dire che già in Italia si stanno armando le truppe per crocifiggere ogni luogo pubblico. Ma per la ‘Buona Novella’ chiediamo: i cristiani la croce non dovrebbero prenderla su di sè invece di usarla come un maglio da brandire su tutti?
(21 dicembre 2009)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/strasburgo-vigila-sulla-laicita-anche-per-noi/
sabato 19 dicembre 2009
Genchi: ecco i contatti tra mafia e Forza Italia
Roma, 17-12-2009
Ci sono elementi "certi, sicuri e non modificabili" consegnati alle inchieste di 5 Procure che dimostrano i contatti tra un esponente direttamente coinvolto nella fondazione dei club di Forza Italia in Sicilia, Giovanni La Lia, mafiosi che usano il cellulare di questo esponente locale di Fi e "deputati e senatori" che poi entreranno in Fi e che, subito dopo queste telefonate a loro volta " comunicavano con Berlusconi". Questa " e' la genesi" dei rapporti tra Fi e la mafia in Sicilia. Giacchino Genchi fa questa affermazione durante la presentazione a Roma del libro di Edoardo Montolli "Il caso Genchi-Storia di un uomo in balia dello Stato", annunciando a breve una nuova "discovery" che andra' oltre questi dati.
La "rete" dei rapporti rintracciabili incrociando i dati telefonici, secondo Genchi, riserva un'altra novita' anche a sinistra: infatti ci sono contatti telefonici anche con chi "era meglio lasciare fuori Forza Italia e candidarlo nel Pds o Ds in Sicilia dove ancora oggi ricopre un incarico importante".
Il consulente dell'ex pm Luigi De Magistris e dell'inchiesta "Why not" ha spiegato che dal traffico telefonico delle indagini sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio emergono "intrecci importanti" tra Roma e Palermo. Genchi annuncia a breve una "nuova discovery" di fatti che per ora sono ancora coperti dal segreto istruttorio.
"Ci sono alcune cose che non sono entrate nel libro perche' coperte da segreto investigativo, ma che tra pochi giorni saranno oggetto di discovery" e che lui "anticipa" rispondendo ad una domanda.
Genchi afferma che attraverso l'analisi dell'intreccio sul traffico telefonico delle due stragi del 1992 si evidenzia il ruolo giocato da Giovanni La Lia, segretario di uno dei primi circoli di Forza Italia in Sicilia, quello di Misilmeri. "Troviamo i cellulari degli stragisti, degli uomini collegati con loro, della massoneria, dello stragismo siciliano e romano. Il 19 luglio (Via D'Amelio) ci imbattiamo anche nel cellulare di Spatuzza, e questo e' un dato certo. Questo e' un riscontro che e' nelle carte di 5 procure e di cui nessuno si e' mai accorto. C'e' poi un signore, incensurato, Giovanni La Lia che e' il fondatore di uno dei primissimi club di Fi in Sicilia".
"Ci sono - ha aggiunto Genchi - contatti telefonici con Spatuzza e i Graviano che fanno riferimento ai primi circoli di Fi a Brancaccio".
Genchi, a supporto, ha fornito una sorta di cronologia per "leggere" quella che ha definito la "genesi" dei contatti tra mafia e il nascente partito. "Il 26 gennaio 1994, Berlusconi annuncia l'ingresso in politica - dice - il 27 gennaio, arresto dei Graviano; 2 febbraio, La Lia fonda il club di Fi a Misilmeri. Lo stesso giorno Procura e Dia effettuano l'operazione 'Golden Market', arrestando il gotha della mafia ma anche avvocati, medici, imprenditori che rappresentano il trait-d'union di cui parlo' Gaspare Mutolo con Falcone nel dicembre del 1991. Gli appunti su quell'incontro sparirono, per mano di qualcuno dello Stato, dal computer di Falcone. Sempre il 2 - prosegue Genchi - Berlusconi a Milano durante Milan-Palermo dice che gli piacerebbe candidarsi al Sud. 'E' un fatto che sto valutando con i miei collaboratori'. Ancora il 2 febbraio - prosegue Genchi - Stefano De Luca, segretario del Pli che aveva contatti con questa realta', avanza una sua candidatura al Sud. Berlusconi commenta che bisogna smetterla con i 'giri di valzer'; 5 febbraio: all'hotel San Paolo, quello dei Graviano, si tiene la prima riunione dei club di Fi; 7 febbraio, De Luca scioglie il Pli. L'intesa e' raggiunta".
"Dal cellulare di La Lia - dice infine Genchi rispondendo ad una domanda - si intrecciano le triangolazioni verso coloro che sono chiamati in causa per le stragi".
Dell'Utri: pure farneticazioni
"Il signor Genchi e' stato sentito quale consulente della Procura nel mio processo e tutta la documentazione in suo possesso ha gia' passato il vaglio della magistratura, che l'ha ritenuta di nessun pregio probatorio. Quindi, allo stato, quelle di Genchi sono pure farneticazioni di cui rispondera' nelle dovute sedi". E' quanto detto dal senatore Marcello Dell'Utri con riferimento alle dichiarazioni di Gioacchino Genchi, 'riportate oggi dalla stampa'.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=135267
Roma, 17-12-2009
Ci sono elementi "certi, sicuri e non modificabili" consegnati alle inchieste di 5 Procure che dimostrano i contatti tra un esponente direttamente coinvolto nella fondazione dei club di Forza Italia in Sicilia, Giovanni La Lia, mafiosi che usano il cellulare di questo esponente locale di Fi e "deputati e senatori" che poi entreranno in Fi e che, subito dopo queste telefonate a loro volta " comunicavano con Berlusconi". Questa " e' la genesi" dei rapporti tra Fi e la mafia in Sicilia. Giacchino Genchi fa questa affermazione durante la presentazione a Roma del libro di Edoardo Montolli "Il caso Genchi-Storia di un uomo in balia dello Stato", annunciando a breve una nuova "discovery" che andra' oltre questi dati.
La "rete" dei rapporti rintracciabili incrociando i dati telefonici, secondo Genchi, riserva un'altra novita' anche a sinistra: infatti ci sono contatti telefonici anche con chi "era meglio lasciare fuori Forza Italia e candidarlo nel Pds o Ds in Sicilia dove ancora oggi ricopre un incarico importante".
Il consulente dell'ex pm Luigi De Magistris e dell'inchiesta "Why not" ha spiegato che dal traffico telefonico delle indagini sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio emergono "intrecci importanti" tra Roma e Palermo. Genchi annuncia a breve una "nuova discovery" di fatti che per ora sono ancora coperti dal segreto istruttorio.
"Ci sono alcune cose che non sono entrate nel libro perche' coperte da segreto investigativo, ma che tra pochi giorni saranno oggetto di discovery" e che lui "anticipa" rispondendo ad una domanda.
Genchi afferma che attraverso l'analisi dell'intreccio sul traffico telefonico delle due stragi del 1992 si evidenzia il ruolo giocato da Giovanni La Lia, segretario di uno dei primi circoli di Forza Italia in Sicilia, quello di Misilmeri. "Troviamo i cellulari degli stragisti, degli uomini collegati con loro, della massoneria, dello stragismo siciliano e romano. Il 19 luglio (Via D'Amelio) ci imbattiamo anche nel cellulare di Spatuzza, e questo e' un dato certo. Questo e' un riscontro che e' nelle carte di 5 procure e di cui nessuno si e' mai accorto. C'e' poi un signore, incensurato, Giovanni La Lia che e' il fondatore di uno dei primissimi club di Fi in Sicilia".
"Ci sono - ha aggiunto Genchi - contatti telefonici con Spatuzza e i Graviano che fanno riferimento ai primi circoli di Fi a Brancaccio".
Genchi, a supporto, ha fornito una sorta di cronologia per "leggere" quella che ha definito la "genesi" dei contatti tra mafia e il nascente partito. "Il 26 gennaio 1994, Berlusconi annuncia l'ingresso in politica - dice - il 27 gennaio, arresto dei Graviano; 2 febbraio, La Lia fonda il club di Fi a Misilmeri. Lo stesso giorno Procura e Dia effettuano l'operazione 'Golden Market', arrestando il gotha della mafia ma anche avvocati, medici, imprenditori che rappresentano il trait-d'union di cui parlo' Gaspare Mutolo con Falcone nel dicembre del 1991. Gli appunti su quell'incontro sparirono, per mano di qualcuno dello Stato, dal computer di Falcone. Sempre il 2 - prosegue Genchi - Berlusconi a Milano durante Milan-Palermo dice che gli piacerebbe candidarsi al Sud. 'E' un fatto che sto valutando con i miei collaboratori'. Ancora il 2 febbraio - prosegue Genchi - Stefano De Luca, segretario del Pli che aveva contatti con questa realta', avanza una sua candidatura al Sud. Berlusconi commenta che bisogna smetterla con i 'giri di valzer'; 5 febbraio: all'hotel San Paolo, quello dei Graviano, si tiene la prima riunione dei club di Fi; 7 febbraio, De Luca scioglie il Pli. L'intesa e' raggiunta".
"Dal cellulare di La Lia - dice infine Genchi rispondendo ad una domanda - si intrecciano le triangolazioni verso coloro che sono chiamati in causa per le stragi".
Dell'Utri: pure farneticazioni
"Il signor Genchi e' stato sentito quale consulente della Procura nel mio processo e tutta la documentazione in suo possesso ha gia' passato il vaglio della magistratura, che l'ha ritenuta di nessun pregio probatorio. Quindi, allo stato, quelle di Genchi sono pure farneticazioni di cui rispondera' nelle dovute sedi". E' quanto detto dal senatore Marcello Dell'Utri con riferimento alle dichiarazioni di Gioacchino Genchi, 'riportate oggi dalla stampa'.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=135267
venerdì 18 dicembre 2009
Arcigay plaude al Tribunale di Milano. Diritti assicurativi anche per le coppie gay.
da Mario Cirrito
Brillante sentenza del Tribunale di Milano a cui si era rivolto un dipendente di una banca che si era visto negare i diritti assicurativi previsti per il suo compagno. La sentenza emessa l’altro ieri, non solo ha censurato il comportamento di chi doveva esaudire la richiesta dell’impiegato, ma ha anche affermato la necessità di interpretare estensivamente l’espressione “convivenza more uxorio” nel senso di “unione” non formalizzata, e dunque senza alcuna discriminazione in base al sesso dei componenti, fondandosi giuridicamente sull’Articolo 3 della Costituzione, enunciazione del principio di uguaglianza formale e sostanziale, sugli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo; sull’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali UE e richiamando le moltissime risoluzioni del Parlamento Europeo, con le quali si invitavano gli Stati membri al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla lotta alle barriere discriminatorie.
A quanto pare, la società di assistenza, una volta saputo che il convivente era dello stesso sesso del richiedente, ha preferito infatti restituire i soldi piuttosto che estendere le tutele. Da lì la decisione di far valere i propri diritti davanti ad un giudice che ha dato torto agli assicuratori. A dichiararsi soddisfatta anche Arcigay, che in un comunicato dichiara quello che diciamo da tempo: sempre più spesso la magistratura sopperisce al silenzio e alla noncuranza della politica in termini di diritti. Il Tribunale di Milano ha applicato semplicemente i fondamenti della nostra democrazia riconoscendo alle relazioni gay e lesbiche la stessa dignità di qualsiasi altro nucleo familiare.” - dichiara il presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso. “Attraverso la strada giuridica in Italia si stanno abbattendo i muri del pregiudizio che impediscono ai nostri legislatori di dare un riconoscimento pubblico alle coppie e alle famiglie omosessuali. Continuiamo a ribadire la nostra richiesta di pari diritti e doveri per non restare fantasmi sociali in un paese che ci ignora.” Senza dimenticarsi che sono aperte contese legali sulle coppie che intendono sposarsi con il rito civile. Ma di questo ce ne siamo ampiamente occupati e ci torneremo presto.
http://www.pinonicotri.it/?p=1745
da Mario Cirrito
Brillante sentenza del Tribunale di Milano a cui si era rivolto un dipendente di una banca che si era visto negare i diritti assicurativi previsti per il suo compagno. La sentenza emessa l’altro ieri, non solo ha censurato il comportamento di chi doveva esaudire la richiesta dell’impiegato, ma ha anche affermato la necessità di interpretare estensivamente l’espressione “convivenza more uxorio” nel senso di “unione” non formalizzata, e dunque senza alcuna discriminazione in base al sesso dei componenti, fondandosi giuridicamente sull’Articolo 3 della Costituzione, enunciazione del principio di uguaglianza formale e sostanziale, sugli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo; sull’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali UE e richiamando le moltissime risoluzioni del Parlamento Europeo, con le quali si invitavano gli Stati membri al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla lotta alle barriere discriminatorie.
A quanto pare, la società di assistenza, una volta saputo che il convivente era dello stesso sesso del richiedente, ha preferito infatti restituire i soldi piuttosto che estendere le tutele. Da lì la decisione di far valere i propri diritti davanti ad un giudice che ha dato torto agli assicuratori. A dichiararsi soddisfatta anche Arcigay, che in un comunicato dichiara quello che diciamo da tempo: sempre più spesso la magistratura sopperisce al silenzio e alla noncuranza della politica in termini di diritti. Il Tribunale di Milano ha applicato semplicemente i fondamenti della nostra democrazia riconoscendo alle relazioni gay e lesbiche la stessa dignità di qualsiasi altro nucleo familiare.” - dichiara il presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso. “Attraverso la strada giuridica in Italia si stanno abbattendo i muri del pregiudizio che impediscono ai nostri legislatori di dare un riconoscimento pubblico alle coppie e alle famiglie omosessuali. Continuiamo a ribadire la nostra richiesta di pari diritti e doveri per non restare fantasmi sociali in un paese che ci ignora.” Senza dimenticarsi che sono aperte contese legali sulle coppie che intendono sposarsi con il rito civile. Ma di questo ce ne siamo ampiamente occupati e ci torneremo presto.
http://www.pinonicotri.it/?p=1745
La mafia e i silenzi di Silvio
Da Espresso.repubblica.it
di Lino Abbate
I pm di Palermo a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi. Che scelse di tacere. Ecco i quesiti che gli volevano porre. Per chiarire l'origine dei capitali di Fininvest. In edicola da giovedì.
Ci sono domande che lo inseguono da circa trent'anni, che tornano periodicamente alla mente di imprenditori, politici e investigatori. Sono i 'buchi neri' della vita professionale del cavaliere Berlusconi, affiorati durante indagini sulle presunte collusioni mafiose. Interrogativi semplici. Lo sono, perlomeno, per chi non ha nulla da nascondere. Gli investigatori ipotizzano che nelle casse che fanno capo alle aziende del premier potrebbe essere stato versato denaro proveniente dai traffici illeciti della mafia palermitana. Per i giudici avrebbe ricevuto finanziamenti "non trasparenti" fra gli anni '70 e '80. Dietro l'origine di queste fortune economiche, per gli inquirenti, si nasconderebbero i fantasmi del passato: incontri riservati nella 'Milano da bere' di trent'anni fa invasa dai siciliani, colloqui evocati da pentiti di mafia e testimoni. Ma di questi fatti Silvio Berlusconi non vuole parlarne nemmeno ai magistrati che processano il suo amico Marcello Dell'Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Preferisce restare in silenzio davanti ai giudici. E attaccarli appena mette la testa fuori dall'aula giudiziaria.
Il codice di procedura penale gli ha consentito, sette anni fa, di avvalersi della facoltà di non rispondere, per via di un'inchiesta palermitana sul riciclaggio in cui era stato indagato e poi archiviato. Indagine che potrebbe essere riaperta se dovessero arrivare nuovi spunti investigativi.Era il 26 novembre 2002 ed il tribunale che processava Dell'Utri si era spostato nella sede istituzionale di Palazzo Chigi per sentire il premier nella qualità di 'indagato di procedimento collegato'. E lui, dopo tanti rinvii per sopravvenuti impegni istituzionali, si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio. Un po' come ha fatto la scorsa settimana il boss Giuseppe Graviano chiamato dalla corte d'appello nel processo al co-fondatore di Forza Italia. Entrambi - Berlusconi e Graviano - davanti ai giudici hanno preferito restare in silenzio e non chiarire le posizioni del passato che potrebbero avere punti in comune fra il '93 e '94.
A guardarli dall'esterno sono posizioni diverse, ma il messaggio che arriva è identico. Il presidente del Consiglio non ha certo contribuito a far luce su vicende che riguardavano un suo stretto e antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si pongono all'origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di Forza Italia. Interrogativi che emergono dalle indagini. Per il mafioso e stragista Giuseppe Graviano "il silenzio è d'oro", perché in Sicilia "la migliore parola è quella che non si dice". Chi sostiene di prendere le distanze dal suo passato, senza pentirsi, è Filippo Graviano fratello di Giuseppe. Accettando di rispondere in aula alle domande dei pm nel processo d'appello a Dell'Utri, il maggiore dei Graviano afferma di non conoscere il senatore. Non riscontrando in questo modo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che coinvolgono Dell'Utri e il presidente del Consiglio nel groviglio istituzionale delle indagini sulle stragi e sulla 'trattativa con lo Stato'. La deposizione dei Graviano è stata anomala. Nei processi di mafia i pm non citano mai le fonti dei collaboratori di giustizia 'se si tratta di affiliati non pentiti', perché - come sostiene la giurisprudenza - non potrebbero che negare. È come se Totò Riina fosse chiamato dai giudici a riscontrare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
Per cercare di dipanare le ombre che coprono i buchi neri nel passato di Berlusconi, i pm di Palermo, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, sette anni fa avevano preparato una lunga lista di domande - un centinaio, che abbracciavano quasi trent'anni di attività - che gli avrebbero voluto rivolgere. 'L'espresso' è in grado di ricostruire i punti essenziali - contenuti in 90 pagine scritte dalla procura - che avrebbero costituito l'esame al quale il premier doveva essere sottoposto. A cominciare da chi gli avesse dato i soldi all'inizio della sua scalata imprenditoriale. Si sarebbero voluti far ricostruire al teste i flussi finanziari relativi alle società del gruppo Fininvest. La vera genesi e lo sviluppo del rapporto con Dell'Utri, con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e con l'imprenditore Francesco Paolo Alamia, entrambi amici di Vito Ciancimino, e con il mafioso palermitano Gaetano Cinà (deceduto due anni fa, coimputato di Dell'Utri e condannato in primo grado a 6 anni per associazione mafiosa ndr).
I pm avrebbero voluto sapere dal premier perché nel 1974 ingaggiò come fattore Vittorio Mangano, nonostante i suoi precedenti penali e in base a quali competenze lo aveva scelto visto che gli unici due cavalli che il boss fino a quel momento aveva avuto erano stati proprio quelli di villa San Martino ad Arcore. Una spiegazione l'avrebbero voluta per comprendere l'assoluta assenza di preoccupazione di Berlusconi durante una conversazione telefonica con Dell'Utri dopo l'attentato che aveva subito in via Rovani a Milano, davanti gli uffici Fininvest il 28 novembre 1986, in cui veniva ipotizzato che l'autore fosse Mangano.
Ai magistrati interessava sapere se Dell'Utri conoscesse Bettino Craxi e quali rapporti avessero, visto che dalle intercettazioni emergono riferimenti all'ex segretario del Psi. Se il capo del governo fosse informato dei continui contatti fra il suo amico Marcello e il mafioso Cinà: incontri avvenuti a Milano nel 1987 con l'uomo d'onore palermitano che avrebbe partecipato anche ad una riunione in cui si sarebbe discusso dell'acquisto di Rete 4 da parte della Fininvest. I magistrati avrebbero voluto sapere se Berlusconi avesse mai conosciuto i mafiosi Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il Gotha di Cosa nostra che nel 1974 lo avrebbe incontrato negli uffici della Edilnord per assicurargli 'protezione'. E se è vero che cenasse insieme a Mangano e alla sua famiglia, in particolare la sera del 7 dicembre 1974 in cui avvenne il sequestro del principe D'Angerio dopo esser stato ospite ad Arcore.
Ci sono anche i rapporti con l'imprenditore Flavio Carboni e il cassiere della mafia Pippo Calò. Gli investimenti immobiliari che avrebbero concluso in Sardegna. L'appartenenza alla P2 alla quale Berlusconi si era iscritto nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli. Nella lista ci sono domande sul pagamento di somme di denaro ad associazioni criminali per lo svolgimento di attività produttive, con particolare riferimento agli attentati ai magazzini Standa di Catania - di cui la Fininvest deteneva il 75 per cento - e per i quali l'azienda non si costituì parte civile nel processo ai responsabili del rogo. E il motivo per il quale non avesse denunciato le estorsioni subite dalle sue attività in Sicilia. Inoltre se avesse o meno saputo di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Tommaso Buscetta.
Le domande si allargano alla parte economica, in particolare al motivo per il quale nel 1998 il premier mandò a prelevare copia delle carte sulle holding che formano la Fininvest e le nascose ai consulenti della difesa di Dell'Utri che in questo modo non hanno potuto chiarire le "anomale" operazioni miliardarie. E il perché fossero state utilizzate le identità di casalinghe, disabili colpiti da ictus e disoccupati ai quali erano state intestate alcune azioni del gruppo. E da dove arrivassero tutti quei miliardi di lire di provenienza ignota affluiti nelle holding Fininvest tra il 1975 e il 1985. E poi perché non avesse reso noto i nomi dei soci effettivi, cioè di coloro che hanno versato le prime disponibilità finanziarie. E infine l'aspetto politico: se avesse avuto contatti nel 1993 con il partito Sicilia Libera voluto dal boss Leoluca Bagarella con il quale voleva stringere un accordo elettorale; e in quale data avesse preso la decisione di "scendere in campo".
Ma il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Alla verità ha preferito il silenzio.
In quella occasione, ad avviso del tribunale, come è riportato nella motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato Dell'Utri a nove anni, Berlusconi "si è lasciato sfuggire l'imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame", cioè "sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio".
Quando il Cavaliere stava per alzarsi dal banco dei testimoni anche i pm tentarono di rivolgergli un appello per non rinunziare al suo contributo alla verità, ma rimase inascoltato, dando così luogo ad un appuntamento mancato con la verità.
Ciò nonostante, quel silenzio non è stato capace di cancellare con un colpo di spugna ciò che è stato faticosamente accertato durante le indagini preliminari che lo hanno riguardato: prima l'inchiesta in cui il capo del governo è stato indagato per riciclaggio insieme all'imprenditore Alamia, e poi in quella di Dell'Utri.
I silenzi del premier, le resistenze dei consulenti della Fininvest, le insufficienze della documentazione bancaria e societaria messa a disposizione delle parti, non hanno annullato la valenza indiziaria degli elementi acquisiti dai magistrati che hanno indagato sulle prime basi finanziarie su cui si è creato l'impero economico del Biscione. Vero è che i riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e a quelle dell'industriale Rapisarda non sono stati sufficienti per provare l'accusa di riciclaggio. E trovandosi senza elementi di diretta conferma a queste affermazioni, manca la prova specifica del reato: e infatti il procedimento per Berlusconi è stato archiviato dieci anni fa.
Restano tanti interrogativi che ci vengono imposti dai numeri che sono emersi dall'analisi delle holding. Sono le cifre a nove zeri che i magistrati hanno trovato nelle società che formano la Fininvest. Miliardi di lire versati in contanti di cui Berlusconi non ha mai indicato l'origine. E il periodo coincide con quello segnalato da collaboratori di giustizia e testimoni che facevano riferimento alla disponibilità di Dell'Utri al reinvestimento di denaro di provenienza illecita, versato - come sostengono gli inquirenti - nelle casse della Fininvest. Rapisarda ha riferito di un impiego di dieci miliardi di lire nel 1978-79, e di un investimento di 20 miliardi nel 1980-81.
Nessuno è autorizzato a trarre argomenti dal silenzio, perché il silenzio è nemico della verità. "Ma se tutto era davvero così chiaro", come hanno sottolineato i magistrati, "bastava chiarire quel che c'era da chiarire". Un appuntamento mancato sulla strada dell'accertamento dei fatti. Davanti ai giudici Berlusconi preferisce tacere. E, così, i dubbi sul suo passato restano.
(16 dicembre 2009)
Da Espresso.repubblica.it
di Lino Abbate
I pm di Palermo a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi. Che scelse di tacere. Ecco i quesiti che gli volevano porre. Per chiarire l'origine dei capitali di Fininvest. In edicola da giovedì.
Ci sono domande che lo inseguono da circa trent'anni, che tornano periodicamente alla mente di imprenditori, politici e investigatori. Sono i 'buchi neri' della vita professionale del cavaliere Berlusconi, affiorati durante indagini sulle presunte collusioni mafiose. Interrogativi semplici. Lo sono, perlomeno, per chi non ha nulla da nascondere. Gli investigatori ipotizzano che nelle casse che fanno capo alle aziende del premier potrebbe essere stato versato denaro proveniente dai traffici illeciti della mafia palermitana. Per i giudici avrebbe ricevuto finanziamenti "non trasparenti" fra gli anni '70 e '80. Dietro l'origine di queste fortune economiche, per gli inquirenti, si nasconderebbero i fantasmi del passato: incontri riservati nella 'Milano da bere' di trent'anni fa invasa dai siciliani, colloqui evocati da pentiti di mafia e testimoni. Ma di questi fatti Silvio Berlusconi non vuole parlarne nemmeno ai magistrati che processano il suo amico Marcello Dell'Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Preferisce restare in silenzio davanti ai giudici. E attaccarli appena mette la testa fuori dall'aula giudiziaria.
Il codice di procedura penale gli ha consentito, sette anni fa, di avvalersi della facoltà di non rispondere, per via di un'inchiesta palermitana sul riciclaggio in cui era stato indagato e poi archiviato. Indagine che potrebbe essere riaperta se dovessero arrivare nuovi spunti investigativi.Era il 26 novembre 2002 ed il tribunale che processava Dell'Utri si era spostato nella sede istituzionale di Palazzo Chigi per sentire il premier nella qualità di 'indagato di procedimento collegato'. E lui, dopo tanti rinvii per sopravvenuti impegni istituzionali, si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio. Un po' come ha fatto la scorsa settimana il boss Giuseppe Graviano chiamato dalla corte d'appello nel processo al co-fondatore di Forza Italia. Entrambi - Berlusconi e Graviano - davanti ai giudici hanno preferito restare in silenzio e non chiarire le posizioni del passato che potrebbero avere punti in comune fra il '93 e '94.
A guardarli dall'esterno sono posizioni diverse, ma il messaggio che arriva è identico. Il presidente del Consiglio non ha certo contribuito a far luce su vicende che riguardavano un suo stretto e antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si pongono all'origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di Forza Italia. Interrogativi che emergono dalle indagini. Per il mafioso e stragista Giuseppe Graviano "il silenzio è d'oro", perché in Sicilia "la migliore parola è quella che non si dice". Chi sostiene di prendere le distanze dal suo passato, senza pentirsi, è Filippo Graviano fratello di Giuseppe. Accettando di rispondere in aula alle domande dei pm nel processo d'appello a Dell'Utri, il maggiore dei Graviano afferma di non conoscere il senatore. Non riscontrando in questo modo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che coinvolgono Dell'Utri e il presidente del Consiglio nel groviglio istituzionale delle indagini sulle stragi e sulla 'trattativa con lo Stato'. La deposizione dei Graviano è stata anomala. Nei processi di mafia i pm non citano mai le fonti dei collaboratori di giustizia 'se si tratta di affiliati non pentiti', perché - come sostiene la giurisprudenza - non potrebbero che negare. È come se Totò Riina fosse chiamato dai giudici a riscontrare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
Per cercare di dipanare le ombre che coprono i buchi neri nel passato di Berlusconi, i pm di Palermo, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, sette anni fa avevano preparato una lunga lista di domande - un centinaio, che abbracciavano quasi trent'anni di attività - che gli avrebbero voluto rivolgere. 'L'espresso' è in grado di ricostruire i punti essenziali - contenuti in 90 pagine scritte dalla procura - che avrebbero costituito l'esame al quale il premier doveva essere sottoposto. A cominciare da chi gli avesse dato i soldi all'inizio della sua scalata imprenditoriale. Si sarebbero voluti far ricostruire al teste i flussi finanziari relativi alle società del gruppo Fininvest. La vera genesi e lo sviluppo del rapporto con Dell'Utri, con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e con l'imprenditore Francesco Paolo Alamia, entrambi amici di Vito Ciancimino, e con il mafioso palermitano Gaetano Cinà (deceduto due anni fa, coimputato di Dell'Utri e condannato in primo grado a 6 anni per associazione mafiosa ndr).
I pm avrebbero voluto sapere dal premier perché nel 1974 ingaggiò come fattore Vittorio Mangano, nonostante i suoi precedenti penali e in base a quali competenze lo aveva scelto visto che gli unici due cavalli che il boss fino a quel momento aveva avuto erano stati proprio quelli di villa San Martino ad Arcore. Una spiegazione l'avrebbero voluta per comprendere l'assoluta assenza di preoccupazione di Berlusconi durante una conversazione telefonica con Dell'Utri dopo l'attentato che aveva subito in via Rovani a Milano, davanti gli uffici Fininvest il 28 novembre 1986, in cui veniva ipotizzato che l'autore fosse Mangano.
Ai magistrati interessava sapere se Dell'Utri conoscesse Bettino Craxi e quali rapporti avessero, visto che dalle intercettazioni emergono riferimenti all'ex segretario del Psi. Se il capo del governo fosse informato dei continui contatti fra il suo amico Marcello e il mafioso Cinà: incontri avvenuti a Milano nel 1987 con l'uomo d'onore palermitano che avrebbe partecipato anche ad una riunione in cui si sarebbe discusso dell'acquisto di Rete 4 da parte della Fininvest. I magistrati avrebbero voluto sapere se Berlusconi avesse mai conosciuto i mafiosi Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il Gotha di Cosa nostra che nel 1974 lo avrebbe incontrato negli uffici della Edilnord per assicurargli 'protezione'. E se è vero che cenasse insieme a Mangano e alla sua famiglia, in particolare la sera del 7 dicembre 1974 in cui avvenne il sequestro del principe D'Angerio dopo esser stato ospite ad Arcore.
Ci sono anche i rapporti con l'imprenditore Flavio Carboni e il cassiere della mafia Pippo Calò. Gli investimenti immobiliari che avrebbero concluso in Sardegna. L'appartenenza alla P2 alla quale Berlusconi si era iscritto nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli. Nella lista ci sono domande sul pagamento di somme di denaro ad associazioni criminali per lo svolgimento di attività produttive, con particolare riferimento agli attentati ai magazzini Standa di Catania - di cui la Fininvest deteneva il 75 per cento - e per i quali l'azienda non si costituì parte civile nel processo ai responsabili del rogo. E il motivo per il quale non avesse denunciato le estorsioni subite dalle sue attività in Sicilia. Inoltre se avesse o meno saputo di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Tommaso Buscetta.
Le domande si allargano alla parte economica, in particolare al motivo per il quale nel 1998 il premier mandò a prelevare copia delle carte sulle holding che formano la Fininvest e le nascose ai consulenti della difesa di Dell'Utri che in questo modo non hanno potuto chiarire le "anomale" operazioni miliardarie. E il perché fossero state utilizzate le identità di casalinghe, disabili colpiti da ictus e disoccupati ai quali erano state intestate alcune azioni del gruppo. E da dove arrivassero tutti quei miliardi di lire di provenienza ignota affluiti nelle holding Fininvest tra il 1975 e il 1985. E poi perché non avesse reso noto i nomi dei soci effettivi, cioè di coloro che hanno versato le prime disponibilità finanziarie. E infine l'aspetto politico: se avesse avuto contatti nel 1993 con il partito Sicilia Libera voluto dal boss Leoluca Bagarella con il quale voleva stringere un accordo elettorale; e in quale data avesse preso la decisione di "scendere in campo".
Ma il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Alla verità ha preferito il silenzio.
In quella occasione, ad avviso del tribunale, come è riportato nella motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato Dell'Utri a nove anni, Berlusconi "si è lasciato sfuggire l'imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame", cioè "sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio".
Quando il Cavaliere stava per alzarsi dal banco dei testimoni anche i pm tentarono di rivolgergli un appello per non rinunziare al suo contributo alla verità, ma rimase inascoltato, dando così luogo ad un appuntamento mancato con la verità.
Ciò nonostante, quel silenzio non è stato capace di cancellare con un colpo di spugna ciò che è stato faticosamente accertato durante le indagini preliminari che lo hanno riguardato: prima l'inchiesta in cui il capo del governo è stato indagato per riciclaggio insieme all'imprenditore Alamia, e poi in quella di Dell'Utri.
I silenzi del premier, le resistenze dei consulenti della Fininvest, le insufficienze della documentazione bancaria e societaria messa a disposizione delle parti, non hanno annullato la valenza indiziaria degli elementi acquisiti dai magistrati che hanno indagato sulle prime basi finanziarie su cui si è creato l'impero economico del Biscione. Vero è che i riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e a quelle dell'industriale Rapisarda non sono stati sufficienti per provare l'accusa di riciclaggio. E trovandosi senza elementi di diretta conferma a queste affermazioni, manca la prova specifica del reato: e infatti il procedimento per Berlusconi è stato archiviato dieci anni fa.
Restano tanti interrogativi che ci vengono imposti dai numeri che sono emersi dall'analisi delle holding. Sono le cifre a nove zeri che i magistrati hanno trovato nelle società che formano la Fininvest. Miliardi di lire versati in contanti di cui Berlusconi non ha mai indicato l'origine. E il periodo coincide con quello segnalato da collaboratori di giustizia e testimoni che facevano riferimento alla disponibilità di Dell'Utri al reinvestimento di denaro di provenienza illecita, versato - come sostengono gli inquirenti - nelle casse della Fininvest. Rapisarda ha riferito di un impiego di dieci miliardi di lire nel 1978-79, e di un investimento di 20 miliardi nel 1980-81.
Nessuno è autorizzato a trarre argomenti dal silenzio, perché il silenzio è nemico della verità. "Ma se tutto era davvero così chiaro", come hanno sottolineato i magistrati, "bastava chiarire quel che c'era da chiarire". Un appuntamento mancato sulla strada dell'accertamento dei fatti. Davanti ai giudici Berlusconi preferisce tacere. E, così, i dubbi sul suo passato restano.
(16 dicembre 2009)
giovedì 17 dicembre 2009
Crimen sollicitationis e Ratzinger
“Ratzinger vuol far dimenticare di essere stato proprio lui responsabile dell’occultamento dei crimini cattolici di pedofilia contribuendo ad emanare, quando non era ancora stato scelto come pontefice, la Crimen sollicitationis” (l’Unità, 12.12.2009). Non è così, ha ragione Gianni Gennari: “Quel documento ha la data del 16 marzo 1962. Allora Ratzinger era un giovane teologo bavarese, gran fama di modernità e apertura, che sette mesi dopo fu presente al Vaticano II come «esperto» del cardinale di Colonia, Frings, e al S. Offizio, a Roma, arrivò solo 18 anni dopo!” (Avvenire, 16.12.2009).
E tuttavia, anche se con l’emanazione di quel documento non c’entra, è proprio Ratzinger (De delictis gravioribus, 18.5.2001) che raccomanda ai vescovi delle diocesi statunitensi nelle quali si sono consumati numerosi abusi su minori di insabbiare tutto attenendosi con scrupolo alle disposizioni della Crimen sollicitationis. A l’Unità, dunque, può essere addebitata un’errata attribuzione, ma Gianni Gennari si lamenta di altro: “Si diffama”. Ma diffamare non è l’errata (intenzionalmente errata) attribuzione di un’infamia?
Gianni Gennari pensa che la Crimen sollicitationis sia un documento infame, ma non lo ammetterebbe mai naturalmnte, e però è come se lo ammettesse. Resta solo da decidere se sia infame pure chi raccomanda azioni infami.
http://malvino.ilcannocchiale.it/2009/12/16/si_diffama.html
“Ratzinger vuol far dimenticare di essere stato proprio lui responsabile dell’occultamento dei crimini cattolici di pedofilia contribuendo ad emanare, quando non era ancora stato scelto come pontefice, la Crimen sollicitationis” (l’Unità, 12.12.2009). Non è così, ha ragione Gianni Gennari: “Quel documento ha la data del 16 marzo 1962. Allora Ratzinger era un giovane teologo bavarese, gran fama di modernità e apertura, che sette mesi dopo fu presente al Vaticano II come «esperto» del cardinale di Colonia, Frings, e al S. Offizio, a Roma, arrivò solo 18 anni dopo!” (Avvenire, 16.12.2009).
E tuttavia, anche se con l’emanazione di quel documento non c’entra, è proprio Ratzinger (De delictis gravioribus, 18.5.2001) che raccomanda ai vescovi delle diocesi statunitensi nelle quali si sono consumati numerosi abusi su minori di insabbiare tutto attenendosi con scrupolo alle disposizioni della Crimen sollicitationis. A l’Unità, dunque, può essere addebitata un’errata attribuzione, ma Gianni Gennari si lamenta di altro: “Si diffama”. Ma diffamare non è l’errata (intenzionalmente errata) attribuzione di un’infamia?
Gianni Gennari pensa che la Crimen sollicitationis sia un documento infame, ma non lo ammetterebbe mai naturalmnte, e però è come se lo ammettesse. Resta solo da decidere se sia infame pure chi raccomanda azioni infami.
http://malvino.ilcannocchiale.it/2009/12/16/si_diffama.html
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